Altaj, “Altaj”: la recensione

Altaj, “Altaj”: la recensione

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Francesco Vara, chitarrista già attivo nella band psych-stoner Il Dio Cervo, si ripresenta come Altaj. Partendo da concetti ambient/drone, attraverso l’utilizzo di field recordings, chitarre, voci, effetti e percussioni, Vara pubblica un disco senza titolo vuole descrivere paesaggi indefiniti, intensi e liquidi. I concetti ispiratori di partenza sono lo sciamanesimo siberiano, il viaggio estatico e le divinità degli altipiani asiatici.

Altaj traccia per traccia

Il disco apre con le sonorità cupe e stregonesche di To the White Tree. Alla continuità del movimento iniziale fa seguito un ingresso noise dissonante e prolungato. Poi entrano le voci a rendere ancora più spettrale il discorso. Community parte invece sui binari di un drumming regolare. Ma la regolarità non è garantita, in un brano molto minaccioso ed estremo.

Terza traccia è Motionless, che mantiene la promessa di immobilità del titolo vibrando in maniera intensa e continua. L’atmosfera si placa in parte con The Lake is not Real, anche se il senso di minaccia in realtà non si spegne mai, tanto è vero che il finale è tutt’altro che tranquillo. Si chiude con Skies, leggermente più eterea, ma con un retrogusto metallico.

Un lavoro interessante, come detto piuttosto cupo, coerente. Quello proposto da Altaj è un mondo in cui forze nascoste balenano all’improvviso oppure si muovono in modo sotterraneo, come forze che bisogna contenere. L’ascolto può non essere semplice ma quando si entra nella dimensione giusta è difficile non avvertirne l’energia.

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