Captain Quentin, “We’re Turning Again”: recensione e streaming

Captain Quentin, “We’re Turning Again”: recensione e streaming

captain quentinSi chiama We’re turning again il nuovo album dei Captain Quentin, risultato degli ultimi anni di lavoro della band. Dopo un cambio di lineup alla batteria rispetto alle ultime uscite live e alle recenti produzioni in studio, il disco cita e omaggia nel nome Frank Zappa e percorre le vie dei tempi dispari e dei repentini cambi ritmici già frequentate nei precedenti dischi.

Per la prima volta le riprese sono state curate interamente dalla band che ha trasformato la sala prove di Taurianova in uno studio vero e proprio. Per il mixaggio invece sono stati chiamati in causa Niccolò Mazzantini e Fabio Fantozzi (Appaloosa) e lo studio di Lorenzana in provincia di Pisa, mentre il lavoro di mastering è stato affidato al PisiStudio di Roma.

Captain Quentin traccia per traccia

Il disco si apre con Dieci minuti lunghi Trenta (che però, in realtà, di minuti ne dura poco più di tre): lo spirito dei Captain Quentin è già ben presente in questo excursus che si dipana quasi a loop, tra math e post rock.

Anche Caffè Connection ribatte su tasti simili, conferendo però qualche colore in più al panorama. Zewoman procede su ritmi alti ma contenuti, inserendo tastiere vintage che danno maggiore spessore alla versatilità della chitarra.

Malmo fa della calma il migliore degli argomenti, anche se nel percorso del pezzo il drumming si fa prenere da improvvise e brevissime crisi rumorose. Con Avevo un cuore che ti amava Franco si entra in procedure più complesse e più debitrici del sound del prog-rock, soprattutto quando entrano in campo le tastiere. Il sentimento si prolunga fino al brano successivo, Say No No to the Lady.

Ci sono anche elucubrazioni elettroniche nel disco e prendono forma in Aghosto, con drumming serrato e svisate sintetiche. Si torna all’analogico per il gran finale di Yoko, O No: chitarra e batteria si rimettono al centro del discorso per una tirata vicina al math. Malgrado la citazione ironica del titolo, non c’è niente di yokoonesco (o di lennoniano) nel pezzo.

Un disco ad alto voltaggio che mette sul piatto le numerose abilità nonché la versatilità dei Captain Quentin. Pur omaggiando Zappa, il disco si muove in maniera del tutto autonoma, con una personalità che la band si è costruita attraverso le prove precedenti e i live.

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