Cristian Paduano: intervista e recensione

Cristian Paduano: intervista e recensione

Cristian Paduano, chitarrista, compositore, arrangiatore, insegnante, pubblica New age of Jazz, un album in cui interpreta, suona, arrangia classici della musica jazz in chiave elettronica e new age, aggiungendo anche un inedito. Lo abbiamo intervistato.

Puoi raccontare la tua storia fin qui?

Ho iniziato a studiare musica dall’età di 5 anni. Poi ho intrapreso lo studio del pianoforte e a 11 anni della chitarra classica. Ho avuto persi insegnanti per i persi stili, ma la formazione accademica, che poi mi ha portato al diploma in chitarra classica è stata sicuramente la più formativa.

Nel frattempo ho studiato composizione, direzione, storia della musica e didattica, specializzandomi poi proprio in questa ultima disciplina. Contemporaneamente al conservatorio studiavo musica jazz. Nell’ambito del jazz ho avuto l’opportunità di suonare e studiare con grandi musicisti che mi hanno davvero insegnato molto e fatto capire il vero significato della musica e del suonare insieme agli altri.

Il jazz mi ha dato l’opportunità per definirmi un professionista, un musicista che vive di musica. Gli studi accademici ti danno un retaggio fondamentale e imprescindibile, lo studio del jazz ti dà la libertà di utilizzare quello che hai imparato e condividerlo con altri musicisti.

Nel disco ti sei confrontato con svariati “mostri sacri” del jazz. C’è stato un po’ di timore reverenziale oppure sono pezzi con cui hai una familiarità tale da non “spaventare” più?

Il timore reverenziale c’è sempre quando tenti di fare un arrangiamento tuo di un brano che ha scritto un musicista come Miles Davis. Sono tra i brani che suono da molto tempo, ma suonarli e arrangiarli secondo uno stile che fosse soltanto mio non è stato proprio facile. Ho cercato di concentrarmi sui temi, di capire con quali suoni e quali arrangiamenti descrivere le immagini che quel brano forma nella mia mente.

Come hai scelto i brani?

Ho scelto brani il più eterogenei possibili, per dare più colori all’album. La selezione tra gli standard jazz che conosco l’ho fatta anche in base al tipo di sensazione che il brano mi dava e in base a cosa potesse raccontare una volta arrangiato secondo il mio stile. L’ idea che è alla base di New age of Jazz è quella di far suonare gli standards come un vinile di musica funky o hip hop mentre la chitarra “canta” i temi e improvvisa. I suoni elettronici, a volte etnici, si inseriscono e completano il quadro.

Nell’album mi sono avvalso della musicalità e delle idee di altri musicisti come Antonello Ruggiero, il batterista della band lucana Musicamanovella, il sassofonista Alfredo Apicella, cantante-attrice Martina La Moglie, un talento incredibile.

Come nasce l’inedita “Wake up in Berlin”?

Mi trovavo in Germania per dei concerti in cui avrei suonato con il grande pianista italiano Giacomo Aula, che è stato anche uno dei miei insegnanti. Alloggiavo nel suo appartamento di Berlino e svegliandomi una mattina notai la luce che entrava dalle finestre. Una luce “nuova” per me. Berlino è una città molto ordinata, per nulla caotica, che trasmette delle sensazioni molto positive.

Mi misi al pianoforte che il maestro Aula aveva nel suo studio e scrissi su un foglio pentagrammato di fortuna una melodia. Tornato in Italia quella melodia è diventata Wake up in Berlin e ho iniziato a suonarla nei concerti. Quando ho avuto l’idea di New age of Jazz l’ho inserito nella tracklist, ovviamente con un arrangiamento moderno. Il batterista che suona in questo brano è Giovanni Trotta, che suona in un gruppo prog metal, gli Aura. Una contaminazione a dir poco inusuale!

Puoi descrivere i tuoi concerti?

I brani di New age of Jazz sono stati già suonati in alcuni concerti a Genova e Roma. Suono da solo, con il computer che “suona” gli arrangiamenti. Nei concerti cerco di essere molto spontaneo, di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore e di comunicare. Cerco anche di rendere il jazz, musica per alcuni difficile, gradevole e semplice. Oltre ai brani dell’album suono anche alcuni pezzi solo con la chitarra classica; propongo alcuni brani popolari e mie composizioni. Sto lavorando per organizzare dei concerti per promuovere New age of Jazz in Italia.

Chi è o chi sono gli artisti indipendenti italiani che stimi di più in questo momento e perché?

Dare una definizione di indipendente non è facile. Diciamo che se per indipendente definiamo artisti che fanno musica senza influenze delle major discografiche in Italia abbiamo degli artisti validissimi. Ho seguito la carriera di band come i Marlene Kuntz, Afterhours, Bud Spancer Blues Explosion, Verdena.

Ci sono anche cantautori molto in gamba come Mannarino. Apprezzo comunque chi fa musica indipendente, quindi appunto senza dover per forza seguire uno standard. E’ dalla musica indipendente che poi dovrebbero nascere le nuove idee, ma essere artisti indipendenti è una scelta non facile.

Cristian Paduano traccia per traccia

Si parte da Chick Corea e dalla sua 500 Miles High, resa con voci registrate nell’introduzione e poi con un predominio della chitarra elettrica che scivola sinuosa sulla traccia. Più sincopati i ritmi di All Blues, in cui Miles Davis è riletto in modo rispettoso e quasi sulla punta delle dita, almeno nella prima parte, lasciando libero spazio alla sei corde con l’andare del brano.

Ancora Miles Davis è il totem affrontato con una morbida Blue in Green, che di nuovo attende la seconda parte per lasciare andare la chitarra in modo fluido. Spazio per oscurità e ritmi orientali nella cover della grande Caravan di Duke Ellington, resa qui in modo fresco e agile.

Il “gigante” successivo è John Coltrane, con i suoi Giant Steps: qui il lavoro è basato su contrasti fra luci e ombre, con l’intervento del sax prima che la chitarra prenda possesso della scena.

Jobim e De Moraes sono protagonisti della cover di How Insensitive, morbida ma anche movimentata da sensazioni diverse e da giochi di luci e ombre. Un salto nel pop, ma con alti gradi di raffinatezza, si verifica con Human Nature, brano di Michael Jackson che si avvale, anche nella versione di Paduano, del cantato e di alcuni scintillii tipici della versione originale.

Ancora Miles Davis per una (moderatamente) nervosa So What, con un drumming composito e una chitarra invece omogenea. Larghe dosi di ritmica elettronica (e piuttosto nevrotica) contrassegnano Tune up, che si stacca per ambientazioni dal resto del lavoro. Il disco chiude con l’inedito Wake up in Berlin, che in continuità con il brano precedente si tuffa nell’elettronica in modo consistente, ma riconduce gli istinti a toni più miti.

Il lato jazz prevale su quello “new age”, nel lavoro di Cristian Paduano. Ma c’è molta versatilità negli standard affrontati dal chitarrista, che dispone di ampie vedute e le mostra tutte nell’album.

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