Godblesscomputers, “Solchi”: la recensione

Godblesscomputers, “Solchi”: la recensione

Esce oggi, 8 settembre 2017, Solchi, il terzo disco di Godblesscomputers. Attraverso i suoi album precedenti, Veleno (Fresh YO! / White Forest, 2014) e Plush & Safe (La Tempesta International / Fresh YO!, 2015), Godblesscomputers è diventato uno dei nomi di spicco dell’elettronica italiana.

Lorenzo Nada è Godblesscomputers. Nato a Ravenna, classe ’84, si forma come beatmaker, producer e dj, mosso da una precoce passione per i campionatori e per i vinili. Così il comunicato stampa sul nuovo Solchi, ricco di ospiti eccellenti: “Come i solchi dei vinili se analizzati al microscopio svelano costellazioni di polvere e paesaggi lunari, così in “Solchi” si scende in profondità alla ricerca dei momenti di una vita intera, segnata dalla presenza costante della musica. Sedici storie, paesaggi sonori, sedici solchi per rendere omaggio al percorso fatto finora”.

Godblesscomputers traccia per traccia

L’apertura è quella, liquida, di Brothers, che si avvale anche di una voce narrante, che affianca alcuni scintillii e alcuni piccoli movimenti. Con How About U c’è un passaggio di senso importante: la canzone (perché di canzone si tratta) è un pezzo soul/R&B cantato da Davide Shorty, in modo estremamente caldo e avvolgente.

Ci sono voci umane anche in Just Slow Down, che però si articola, si frammenta e si scompone in svariati rivoli di natura varia. Wherever You Say sussurra, opponendo al cantato (di Francesca Amati) ritmiche irregolari. Adriatica torna a pescare in ambito black, con un andamento nervoso e qualche intervento hip hop.

Ma se l’hip hop è soltanto una suggestione all’interno di Adriatica, con Life on Fire si passa la barricata, grazie ai contributi di Forelock per il cantato e di Paolo Baldini “DubFiles” che indirizza le ritmiche verso il dub. Dopo l’interludio El Destino, si riparte da Glue, figlia di uno “scarto” scritto per Veleno.

Ecco poi Dreamers, con il contributo dei Klune, sicuramente uno dei brani dal maggiore impatto emozionale del disco, ancora infusa di soul ma anche arricchita da una chitarra elettrica malinconica. LIP si iscrive ai pezzi di elettronica “pura”, tra scivolamenti e piani inclinati. Records invece recupera suoni decisamente vintage e una ritmica da disco dance.

Il morbido interludio 1989 fa da preludio a Don’t Need, che apre su suggestioni vangelisiane per poi procedere tra microsuoni e lampeggianti. Si procede poi attraverso altre liquidità con Disquietude, prima che l’r&b torni a occupare la scena con Father’s Light, che vede il featuring di Inude. Si chiude con voci infantili e con Freddo, chiusura piuttosto cupa di un album che prevede molte luci.

Non è poi passato moltissimo tempo dall’esordio di Godblesscomputers, quel Veleno che iniziò a metterne in luce le qualità. Eppure è evidentissima la crescita, l’allargamento, l’apertura verso altri generi, verso collaborazioni significative e funzionali, verso progetti sempre più ambiziosi. E il bello è che il talento regge perfettamente le aspirazioni.

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