La stanza di vetro, avevo molto da dire

La stanza di vetro, avevo molto da dire

La stanza di vetro

Enrico Marcucci, giovane musicista e autore fermano, che ha scelto come nome d’arte La stanza di Vetro. Al buio è ufficialmente il suo primo ep, per l’etichetta Bananophono: lo abbiamo intervistato.

Puoi raccontare la tua storia fin qui?

Fin da bambino ho sempre avuto una certa passione per la musica e la letteratura. Entrambe, da sempre sono state per me guida e font di espressione primarie. All’età di 8 anni iniziai a studiare chitarra classica in una scuola privata del mio paese di origine per passare poi all’età di dodici alla chitarra elettrica, dal momento che grazie a mio padre avevo scoperto la musica dei Dire Straits, Rolling Stones, The Doors, Eric Clapton e molti altri ancora.

Verso i quattordici anni, con l’avvento della risaputa ribellione adolescenziale conobbi due ragazzi, Francesco Sciortino e Riccardo Belleggia, gli stessi con cui ebbe inizio più tardi “La stanza di vetro” e insieme ai quali fondai il mio primo gruppo, con un nome inglese che neppure ricordo. Insieme abbiamo attraversato le influenze musicali più disparate, abbiamo fumato tanta erba e abbiamo partecipato a festival e concorsi per band giovanili, dentro e fuori le Marche. Ricordo ancora che all’età di 16 anni facemmo l’impossibile per poter partecipare con gruppi provenienti da tutta Italia a una specie di meeting con produttori e discografici vicino Catanzaro.

L’evento si rivelò soltanto un modo come un altro per spillare soldi. Eppure noi eravamo contentissimi perché eravamo il gruppo più giovane in mezzo a tutti adulti. Allora suonavamo Glam Rock. Avevo sempre scritto i testi e la melodia iniziale delle canzoni, quello che mi ha sempre distinto, fin da piccolissimo, è stata la necessità di creare brani inediti. Le cover veniva fatte solo per necessità di allungare la scaletta nel corso di una serata. Verso la maggiore età la mia musica cambiò. Erano entrati nel mio cuore Lou Reed e i Radiohead, questi ultimi, tra l’altro, erano ascoltato anche dagli altri due componenti del gruppo. Per anni andammo avanti sperimentando e registrando nuovi brani nella nostra sala prove mentre si faceva sempre più forte la necessità di passare a una musica più contemporanea e vicina all’elettronica.

Ormai ventenne, divenne indispensabile e fondamentale. Non solo i miei riferimenti, le miei influenze e miei strumenti erano cambiati, ma anche il mio linguaggio e la mia personalità erano mutate fortemente. Sentivo la necessità di una musica più attuale e di un linguaggio che fosse in grado di fare domande entrando nelle profondità dell’individuo. Nel frattempo pubblicai anche il mio primo volume di poesie, dal titolo “Fughe e ritorni” (L’Arcolaio,2014), nel quale raccoglievo liricamente la mia esperienza fino a quel periodo, dato che ho avuto un’adolescenza piuttosto movimentata, cosa che forse mi ha aiutato a crescere e ad aprire gli occhi prima rispetto ad altri.

Dopo aver aggiunto sintetizzatori e Ableton all’equipaggiamento del gruppo decidemmo di cambiare nome ancora una volta e di rinascere come “La stanza di vetro”. Il titolo mi venne in mente sulla base di alcune considerazioni fatte fino ad allora, e cioè su quanto fosse fragile l’essere umano e al contempo così immenso, proprio come il vetro che è trasparente, tagliente e fragile allo stesso tempo. Sono uno che prende molto seriamente le cose, e a ventitré anni, nel corso dei miei studi universitari in Lettere moderne, anche la musica doveva diventare qualcosa di serio, non poteva più essere un gioco.

Avevo molto da dire e volevo dirlo non più nella mia camera, ma a quante più persone possibile. Iniziammo a produrre e realizzare nuovi brani più vicini ai nostri interessi e a preferire la cassa dritta e gli arpeggiato al posto dei riff di chitarra o della batteria acustica. Suonando una sera a Pesaro, come gruppo spalla dei Camillas, i fonici dello spettacolo, entusiasti della nostra musica, ci proposero all’etichetta Bananophono e, dopo, numerosi incontri e considerazioni decidemmo di intraprendere un percorso insieme. Si faceva sempre più urgente il bisogno di far diventare la musica una cosa seria e non più un gioco, mettendola anche prima dell’università e prima di altri impegni. D’altronde prendere seriamente qualcosa vuol dire metterla al primo posto nella propria quotidianità, un po’ come accade quando ci si innamora. La musica da passione era diventata vocazione e non per tutti nel gruppo era lo stesso…

Quando e come hai deciso di presentarti come solista? Che difficoltà ha comportato questa scelta?

Nonostante l’impegno intrapreso con Bananophono, nel quale credevo fortemente, la vita stava dividendo geograficamente noi tre del gruppo dal momento che io studiavo a Macerata, Riccardo a Pavia e Francesco a Milano. Mentre questo nuovo percorso richiedeva sempre maggior tempo e disponibilità per provare, registrare e mille altre cose ancora, non sempre era facile conciliare gli impegni di ognuno, cosa che spesso ci faceva fare passi indietro invece che in avanti.

A un certo punto accade quello che succede quando due amanti si separano promettendosi di restare comunque amici. Fu comune la scelta di rimettere “La stanza di vetro” nelle mie mani da momento che per me era già diventata una priorità assoluta, mantenendo comunque una certa collaborazione esterna con gli altri due membri: con Francesco attraverso il miraggio dei miei nuovi brani, so che frequenta l’istituto di SAE di Milano, e con Riccardo attraverso la produzione di alcune nuove chicche, dato che insieme abbiamo prodotto la maggior parte dei nostri brani passati.

Questa scelta comportò subito difficoltà economiche dal momento che avrei dovuto pagare da solo la maggior parte delle spese. Ci sono riuscito con molte peripezie, attraverso prestiti dei miei genitori e di mia zia e piccoli lavoretti che da soli non sarebbero comunque bastati. Inoltre fa sempre comodo essere in tre su un palco per condividere gioie e delusioni, ma devo dire che ora, anche se la responsabilità è maggiore, poiché ci metto la faccia per intero, mi sento in qualche modo più libero di fare la mia strada e di rischiare spendendo tutte le mie forze e le mie energie. Dal vivo mi muovo con campionatori e macchine varie, e mi diverto parecchio.

Da che tipo di sensazioni e con quali premesse nasce “Al buio”?

Il titolo dell’ep “Al buio” ha un duplice significato. Uno legato alla sua creazione artistica e l’altro legato alla società che ci circonda. Per quanto riguarda il primo ambito la nascita di quest’EP è stato un vero e proprio appuntamento “al buio” dal momento che ha aiutato La stanza di vetro a scoprire e definire la direzione musicale da seguire più vicina ai propri gusti e alle proprie intenzioni chiarendo inoltre un proprio e preciso metodo comunicativo.

Non solo, è stato un appuntamento “al buio”, cioè qualcosa di inaspettato e positivamente sorprendente il rapporto che si è venuto a creare nel frattempo con il management di Bananophono e tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione e promozione dell’ep, non che il fatto stesso di essere passati da quattro individui a un solo individuo, Enrico, che da sempre teneva le redini del gruppo e realizzava i brani dello stesso. Per quanto riguarda il significato “sociale” dell’ep, e di certo più inerente ai contenuti dei testi, sta ad indicare l’individualismo che vige nella società odierna, dove è fin troppo facile essere soli e invisibili seppure nel bel mezzo della folla.

I testi infatti indagano questo malessere sociale dall’interno e all’esterno dell’individuo attraverso note e puntualizzazioni autobiografiche con un sguardo diretto alla geografia di una società a cui viene troppo facile ignorare, una società che sembra aver smarrito le proprie origini, non sapere più da dove proviene, sopraffatta dalle ansie, dalla corsa verso qualcosa che sembra spingersi e spingerci sempre altrove, verso qualcosa che non arriva mai. Un individuo vittima delle proprie aspettative sulla realtà e poco attento all’effettivo corso degli eventi. Un individuo e una società sopraffatti dall’incapacità di trovare una propria identità, un ruolo da soddisfare in questo mondo; incapaci di attendere.

Come cita una frase del testo della canzone che da il titolo all’ep “la luna gira il mondo e noi continuiamo a dormire, la luna gira il mondo, e noi?”. I testi dei brani perciò più che descrivere o definire stati ben precisi preferiscono spostare il discorso sempre “più in là” ponendo delle domande all’ascoltatore che rimangono aperte e facilmente rintracciabili nell’animo di ognuno, piuttosto che fornire risposte già pronte. Domande che appartengono agli incontri e agli scontri quotidiani dell’autore dei testi, non che al suo essere uomo prima ancora che “artista”. Domande che si incastrano silenziose come spine nel profondo del cuore di ognuno. L’attenzione dei brani perciò è volta per lo più alle mancanze del cuore di ognuno, poiché “La stanza di vetro” è fortemente convinta dalla sua esperienza che proprio da queste si può finalmente scoprire chi siamo e da dove veniamo.

Come nasce “Le Luci”?

Il video del singolo “Le luci”, girato nel centro di Milano, si presenta intenzionalmente come un reportage degli invisibili della nostra società che, di concerto al testo del brano, riflette agli occhi dello spettatore le “anime perse” che quotidianamente circondano la nostra routine, le nostre corse affannate verso qualcosa che sembra non arrivare mai. “Anime perse” o che forse, per dire meglio, abbiamo voluto perdere, dimenticare, ignorare con troppa facilità. L’uomo oggi, ridotto a semplice individuo frantumato e sottomesso alle mode e al consumo, all’arrivismo e all’opportunismo più bieco, chiude gli occhi troppo spesso su ciò che lo circonda, sulla vita intorno a lui, divenendo così vittima e carnefice dei suoi stessi mali.

Concentrato esclusivamente sulle proprie aspettative di realizzazione, su come la realtà, secondo lui, dovrebbe essere e non su come effettivamente è, egli è pronto a giudicare, condannare a morte, corrompere, dimenticare ma quasi mai a perdonare, assolvere, compromettersi, rinunciare. Scriveva il biologo francese Alexis Carrel che “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”. C’è bisogno di spostare lo sguardo, magari di sbagliare, cadere, farsi male pur di decentrarsi dal proprio “Io” e guardare oltre i contorni del proprio corpo per riconoscere che c’è un disegno più grande che vuole ognuno qui ed ora nello stesso istante e lega ogni vita inevitabilmente l’una all’altra. Cambiano i volti, cambiano i caratteri, cambiano i conti in banca ma i cuori di ognuno portano dentro lo stesso bisogno, la stessa sete di infinito, di qualcosa che sia in grado di riempire il vuoto, di rimediare alle proprie mancanze.

Oggi l’arte, nelle sue forme molteplici, ha smarrito la sua attenzione per i gradi più bassi della società e dell’animo di ogni individuo, preferendo presentarsi piuttosto come forma di svago, di intrattenimento. Sarebbe davvero riduttivo se fosse solo questo, se il ruolo dell’artista si riducesse a quello di un giullare di corte. La Storia ci ha insegnato che è proprio la voce dell’artista a fare luce sul mondo, ad aprire uno spiraglio di verità sulle piccole cose quotidiane, sulle gioie e sui dolori, sulle scelte individuali, su quel Mistero che regola gli istanti di ognuno e d volta in volta crea la Storia.

Per quanti sforzi possiamo fare per raggiungere i nostri obiettivi o realizzare le nostre aspettative accade sempre qualcosa di inatteso che arriva a sconvolgere positivamente o negativamente le nostre vite, anche se spesso per comprenderne il significato bisognerà aspettare mesi, anni o intere esistenze. D’altronde l’attesa non ha regole, ciò che conta è partecipare. Per questo La stanza di vetro ha deciso di realizzare un reportage che documenti la realtà dei fatti semplicemente stando davanti agli stessi, senza sottrarsi a ciò che effettivamente è e senza creare realtà parallele.

E’ perciò oltre che un reportage un vero e proprio invito a guardare la realtà così come essa stessa si presenta e ad affrontarla senza remore, senza sconti e senza vie di fuga. Magari restando un po defilati ma sempre tenendola come prima fonte di ispirazione, come primissimo oggetto della propria attenzione. La cosa che mi ha stupito maggiormente nella realizzazione del video, dato che sono sempre io a progettare soggetti, situazioni e inquadrature servendomi poi di un amico bravo con la telecamera e soprattutto economico, è stata che girando il video avevo la sensazione di trovarmi di fronte ad un grande set che non ero stato io ad allestire, il set della vita vera, ai margini, e al contempo questa cosa mi spaventava perché mi stavo rendendo conto che tutte le scene che stavamo riprendendo, di clochard e periferie esistenziali varie, non erano altro che la quotidianità di certe persone alle quali quasi nessuno faceva caso, eppure come il video dimostra, erano lì sotto agli occhi di chiunque. Davvero nessuno dovrebbe ignorare…

Puoi descrivere i tuoi concerti? Quali saranno le prossime date che ti vedranno coinvolto?

Dal 20 aprile inizierò il tour con una data nella mia città di residenza, Macerata. Il giorno dopo sarò a Fermo per aprire il concerto dei Cyborg e il 28 ancora a Fermo in un piccolo club. A maggio e giugno proseguiranno gli spettacoli tra Marche, Milano e Pavia. Da luglio inizierò con i Festival e sarò a Torino, Pavia, Fermo, S.Elpidio a Mare, Porto S.Giorgio, San Benedetto e Milano. Nel mezzo dovrei anche terminare tesi ed esami universitari.

Chi è o chi sono gli artisti indipendenti italiani che stimi di più in questo momento e perché?

Gli artisti italiani che più stimo al momento sono sicuramente Cosmo, per la sua abnegazione nel perseguimento dei suoi sogni e obiettivi, e Samuel dei Subsonica. Non sono particolarmente affezionato alla scena indipendente italiana, mi sono sempre spinto verso la musica estera che trovo più innovativa. Se dovessi comunque segnalare alcuni artisti indipendenti citerei Yakamoto Kotsuga, Motta, Calcutta, God Bless Computer e non saprei. Questi mi piacciono.

Puoi indicare tre brani, italiani o stranieri, che ti hanno influenzato particolarmente?

Se dovessi indicare tre brani che mi rappresentano e che mi hanno influenzato citerei “Basic Instinct” dei The Acid, “Kid A” dei Radiohead e “New Error” dei Moderat.

Rispondi