Lara Molino, la chitarra è la mia più grande amica

Lara Molino, la chitarra è la mia più grande amica

Fòrte e gendile è il primo disco in lingua d’Abruzzo di Lara Molino, cantautrice di San Salvo. Prodotto da Michele Gazich raccoglie dieci canzoni folk suonate solamente con la chitarra acustica, il violino, la viola e pochi altri strumenti. Abbiamo intervistato Lara.

Puoi riassumerci la tua storia musicale fino a “Fòrte e gendile”?

Sin da piccola sono stata sempre affascinata dalla musica e dal canto. A tre anni con una chitarra-giocattolo, cantavo e inventavo canzoncine e adoravo la mia mamma quando mi cantava le canzoni di Mina, Ranieri, Morandi. Le prime lezioni di chitarra classica le ho prese a 13 anni e da quel momento la chitarra è diventata la mia più grande amica.

Dopo poco tempo ho iniziato a comporre canzoni, in quegli anni riuscivo a comporre anche tre canzoni al giorno. Ascoltavo molta musica Pop e mi affascinavano le colonne sonore dei film. Ho imparato ad amare De Andrè, Battiato, Battisti, i Beatles e tanti altri. Ho studiato Canto Jazz, Chitarra Blues e Finger picking e frequentato una scuola per Compositori e Autori di testi. Intanto mi esibivo, facevo concerti, cantando e suonando le mie canzoni.

Ho avuto l’onore nell’anno 2000, di cantare davanti al papa Giovanni Paolo II e a due milioni di giovani presenti a Roma per la Giornata Mondiale della Gioventù. Ho tenuto concerti in tutta Italia e all’estero: Polonia, Canada, Spagna. Ho anche inciso diversi dischi, come cantautrice e come interprete in dischi di altri. Ho lavorato con Massimo Varini che ha arrangiato e prodotto artisticamente il mio CD “Il mio angolo di cielo”.

Ho continuato sempre a studiare e infine l’anno scorso mi sono laureata in musicoterapia. La passione per il folk è cresciuta pian piano negli anni. Ho capito che se volevo fare qualcosa di diverso, di meno commerciale e che mi valorizzasse di più, dovevo allontanarmi dalla musica Pop. “Fòrte e gendìle” è il risultato di questo percorso che, grazie a Dio, non ancora si arresta, ma è in continua evoluzione.

Come è nata l’aspirazione a realizzare un disco in dialetto e così legato alle tue radici?

E’ nata da una necessità. Quella di fare il punto sulla mia identità, le mie origini. Il bisogno di sapere più cose del passato, della mia terra abruzzese. E’ solo sapendo chi siamo che possiamo confrontarci con serenità con il mondo che ci circonda. L’identità non deve andare perduta. Oggi, in un mondo globalizzato, è un rischio. Questo album è un omaggio alla mia bellissima regione che amo. Ho dunque usato il dialetto abruzzese per esprimermi e per raccontare i personaggi del disco come “Zì Innare lu pesciaròle”, “Pomponio”, ecc. Per portare il mio Abruzzo a tutti, ho pensato di inserire nel booklet del disco le traduzioni in italiano e inglese.

Le canzoni nascono da un lavoro quasi “archeologico” che hai effettuato insieme a tuo padre, il poeta Michele Molino: puoi raccontare qualcosa di questo procedimento e delle emozioni che per te ha rappresentato?

Quasi tutti i testi di questo album sono poesie di mio padre, riadattate da me e poi divenute canzoni. Quando ho iniziato a lavorarci su, l’ho fatto senza coinvolgerlo, volevo essere certa di creare dei brani sobri e allo stesso tempo orecchiabili ed eleganti. Un giorno ho trovato il coraggio di fargli ascoltare la prima canzone che avevo finito e vedendo i suoi occhi lucidi e ascoltando i suoi apprezzamenti ho capito che avevo centrato il bersaglio e che dovevo continuare.

Ci ho impiegato due anni. In questo tempo ho letto libri su personaggi e sulla storia e cultura abruzzesi, ho imparato di più il mio dialetto, grazie a mio padre che mi traduceva tutto e mi insegnava la pronuncia giusta. Dulcis in fundo, ho conosciuto meglio mio padre e la sua grande sensibilità.

Per completare il lavoro ti sei rivolta a Michele Gazich, che condivide con te il gusto per la riscoperta di un “folk” autentico. Come si è sviluppato il tuo rapporto con lui?

In realtà è grazie a Michele Gazich se ho avuto il coraggio di fare un disco folk, con canzoni in vernacolo. L’incontro con lui è stato fondamentale per me e per il disco. Ho conosciuto Michele qualche anno fa, a Vasto, ad un suo concerto. Da lì è nata pian piano un’amicizia e una stima reciproca. E’ lui che un giorno, sentendomi cantare, mi ha spronato a valorizzare di più il mio repertorio in lingua abruzzese.

Mi sono fidata di lui e ho fatto bene! Ci siamo visti più volte qui in Abruzzo e da lui in Lombardia per far crescere questi dieci brani. Per renderli il più possibile autentici, sobri. Il suo violino e la sua viola insieme alla mia chitarra e alla mia voce sono il fulcro di questo disco. In più i suoi arrangiamenti danno a questo album il sapore internazionale che desideravo.

Il disco è uscito da qualche tempo: hai già idea di che cosa farai nel futuro? Pensi che il prossimo episodio sarà ancora in dialetto oppure in italiano, o un mix dei due?

Il disco è stato pubblicato a giugno, è ancora giovane e ha ancora tanta strada da fare, ne sono certa. Spero di poter tenere molti concerti e di portare la mia musica ovunque, in molte parti d’Italia, ma anche all’estero, ovviamente, questo ora è il mio primo obiettivo. I concerti che ho tenuto finora hanno avuto molto successo e questo mi sprona a crederci e ad andare avanti.

Nel frattempo ho iniziato a comporre nuove canzoni. Mi sta capitando di scrivere canzoni tutte in dialetto e altre in cui uso anche la lingua italiana. Non metto comunque limiti alla creatività. La creatività è libertà e senza quella non potrei vivere.

 

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