Mano Manita, “A Pezzi”: la recensione

Mano Manita, “A Pezzi”: la recensione

A Pezzi è il secondo album di Mano Manita, moniker di Marco Giorio, prodotto dallo stesso artista insieme a Marco Libanore al Liba Studio di Torino. Otto canzoni di taglio elettronico, tra pop e rock, comunque ben inserite nel contesto sonoro contemporaneo, compreso qualche inciso hip hop. Tra gli ospiti del disco Willie Peyote nel brano Ritmo Ignorante.

Mano Manita traccia per traccia

Si parte dall’ironica Sono uno scemo dovrei smetterla, tra synth pop e leggerezza. Tutte le cose di me che sai ha un titolo che potrebbe far pensare ai Subsonica, e tutto sommato anche l’andamento del pezzo può riportare per certi aspetti alla band di Casacci, per la coniugazione di testo tutto sommato “da cantautore” e l’attitudine verso il pop elettronico.

Hip hop e bipolarismo sono al centro di Alter Ego,  un monologo improbabile di “Manita”, versione alternativa di “Mano”. Si torna al cantato e all’elettronica con Niente di speciale, chiusa da un’aspirazione verso l’alto quasi psichedelica.

Ecco poi la già citata Ritmo ignorante, con un testo articolato sul concetto di “vorrei ma non posso”: Mano Manita potrebbe fare canzoni di denuncia sociale eccetera, ma chi ascolta vuole solo ballare ed essere superficiale. Antiruggine rallenta di botto ed espone un’intimità fin qui insospettabile.

Si rimane sulle atmosfere cupe anche in Sindrome di Eva, che nel testo sembra avere qualche eco che non si stenta a definire “battistiana”. Si chiude con Il Buio, che completa una tripletta di canzoni dalle atmosfere oscure, in questo caso con una tessitura sonora piuttosto elaborata.

Miscela sintetica ma tutto sommato originale quella di Mano Manita, che tra dibattiti interni e idee curiose confeziona un disco meritevole di attenzione.

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