Marco Germani, “N.D.E.”: intervista, recensione e streaming

Marco Germani, “N.D.E.”: intervista, recensione e streaming

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Marco Germani lavora a contatto con la musica in molti modi diversi, forte di esperienze molto sfaccettate. Ha pubblicato il proprio secondo disco, NDE, acronimo che sta per Near Death Experience, la cosiddetta esperienza di morte apparente: ne è uscito un disco dalle atmosfere gotiche e intense (di cui parliamo nella recensione più in basso). Lo abbiamo intervistato.

La tua storia è molto ricca e articolata. Puoi raccontare qualcosa di te, per capire come sei arrivato a questo tuo secondo album?

Lavoro nel settore musica da ormai più di vent’anni: insegno chitarra, organizzo eventi, registro e produco artisti indipendenti, suono in giro con le mie cover band. Ogni tanto sento il desiderio di tirare fuori qualcosa di particolare che sia estraneo alla routine, anche se amo molto tutto ciò che fa parte della mia quotidianità, compreso lo studio di generi musicali differenti.

Questo lavoro discografico è nato come sfida tecnologica: suonare (anche in modo virtuale) più strumenti possibili grazie a software e librerie dedicate, in modo da clonarmi e far eseguire a piccoli me stesso delle parti di batteria, tastiera, percussioni, basso, chitarra e lasciando agli ospiti le parti “principali” dei vari brani, tutto ciò che c’è dietro è opera del sottoscritto e del computer.

Perché un disco sulla sindrome della morte apparente?

Sono a metà circa della mia vita (41 anni) ed è una età complessa, in cui metti in discussione tutto il percorso che hai fatto e gli errori commessi, fare il musicista oggi è molto difficile perché la gente se non sei famoso non ti considera una persona speciale, ma quasi un perditempo. La società ti costringe a “omologarti” quindi avere una casa, una famiglia e un lavoro serio; i miei coetanei parlano solo di questi argomenti o della vacanza che faranno nel week end, della nuova macchina che hanno comprato, di politica…

A me non importa nulla di tutto ciò, mi interessano di più i pedalini per chitarra e gli amplificatori o l’ultimo film di Guerre Stellari, per loro sono rimasto un adolescente, mi fanno un bel sorriso di cortesia e pensano che ho qualcosa che non va. Queste situazioni unite al disinteresse totale della gran parte del pubblico mentre mi esibisco in locali e feste mi fanno morire dentro, uccidono tutto ciò in cui credo, ma è una morte apparente perché poi trovo qualcuno che mi fa domande ed è esaltato grazie alla mia musica, allora resuscito e capisco che la mia vita ha ancora senso.

I video che accompagneranno la promozione dell’album andranno a costituire una sorta di lungometraggio: come nasce e come hai sviluppato l’idea?
Non essendo proprietario della Industrial Light and Magic per girare dei videoclip a livello “major”, grazie alla mia compagna Elisa che si occupa di fotografia e video abbiamo usato i mezzi a disposizione dei comuni mortali e lei ha montato qualcosa di interessante e visionario (essendo una storica dell’arte) unendo riprese inedite a materiale fotografico di vario genere, storico e psichedelico per poter far viaggiare la mente dell’ascoltatore associando musica, video e testi (un po’ come facevano i primissimi Pink Floyd). Mi piacerebbe arrivare a un’ora di filmati per poterli proiettare nei locali insieme a giochi di luci e una piccola intro suonata con loop station, magari anche inventare un cocktail… mi piace l’idea di una esperienza a 360 gradi.
Hai deciso di affidare il cantato a voci differenti: come nasce questa scelta?
All’inizio dovevano esserci solo tre voci femminili e il concept era più basato su una visione “infernale” con delle Parche torturatrici, ma mentre componevo ho deciso di puntare di più su sonorità differenti e ho pure cantato un brano io (Stupid Bitch) in duetto con Laura Ferro dei Malantiguo (hard rock band). La voce è uno strumento unico e attualmente non sintetizzabile, quindi molto prezioso.

Ho la fortuna di conoscere molti bravi cantanti del mondo cover e quando gli propongo un inedito sono sempre contenti perché lascio a loro tutto lo spazio per inventarsi la parte melodica e sono disposto anche a modificare la struttura del brano pur di renderlo più “commerciale”: sono in genere loro che creano una struttura logica perché più portati a vedere la struttura di una canzone piuttosto che di una soundtrack, questo rappresenta i due modi di vedere un’opera musicale, da autore e da compositore.

Marco Germani: sognare è gratis
Come hai coinvolto e quali sono i rapporti con i musicisti che hanno collaborato al disco, come Mauro Sabbione?
 
Sono tutti legati da esperienze live o di produzione all’interno della nostra piccola label, Mauro (Matia Bazar, Litfiba) è un amico del duo STELLERRANTI (che compaiono nella prima traccia dell’album) con il quale siamo al terzo album, passava di qua per dare un ascolto al materiale nuovo di Pier e Cinzia e gli ho chiesto se aveva voglia di buttare le mani su una tastiera e improvvisare qualcosa per me, ci ha messo cinque minuti, quello che sentite è il suo “one take”.

È un personaggio straordinario che ha vissuto un’epoca in cui lui stesso è stato un pioniere del suono digitale, ma ha una formazione classica e jazzistica, lo ringrazio per questo cameo perché nella sua bontà ha dato un grande valore al mio lavoro. Tutti gli altri featuring sono stati comunque delle sperimentazioni, sia a livello musicale, sia nell’utilizzo di lingue particolari, come nel caso di Rita Partini che ha usato Egiziano Antico ed Esperanto.

Hai autoprodotto il disco, ma se avessi potuto scegliere un produttore ideale, chi sarebbe stato?
Per la tipologia di arrangiamento credo proprio Trent Reznor (Nine Inch Nails), è l’unico in grado di mescolare elettronica e sonorità industrial in modo straordinario, ha praticamente inventato i Marilyn Manson e vinto un Oscar per la colonna sonora di The Social Network. Dato che sognare è gratis, se potessi sceglierei lui.
Le tue molteplici esperienze ti hanno portato a fondare un centro musicale polifunzionale e un’etichetta discografica: puoi parlarci di queste esperienze?
 
Tanti anni fa lavorai in televisione come figurante per un programma condotto da Gigi Sabani e poi da Mike Bongiorno, questo ambiente mi aprì gli occhi sul desiderio che aveva il pubblico di “immedesimarsi” nello spettacolo, da allora ogni giorno desidero che persone di ogni età si avvicinino al mio mondo attraverso lo studio della musica, le prove, gli spettacoli e la produzione di materiale: per questo nasce After Life Music Dimension associazione culturale e ricreativa, anche in questo caso ritorna il concetto di aldilà perché l’arte permette di dimenticarsi della propria vita e rinascere demone, angelo o spettro confuso, noi non lo facciamo con le illusioni e le false promesse dei talent, ma in modo più continuo e duraturo, attraverso esperienze reali e senza la ricerca della fama o della gloria.

Per questo motivo ogni spazio è prezioso, come lo è il giudizio di ogni persona che vorrà ascoltare questo lavoro. Dico a tutti di scrivere pure sulla mia pagina o bacheca FB le loro impressioni, ci tengo molto… Grazie a tutti per esservi interessati, quando si crea qualcosa con le proprie mani, faticando, il più brutto feedback che si può avere è il disinteresse.

Per esempio mi ha fatto incredibilmente piacere che l’istruttore della palestra nella quale mi alleno abbia usato il mio album a scopo motivazionale durante l’allenamento dei ragazzi che si preparano per la Spartan Race, per me è stato un bel gesto e la mia musica è diventata per un’ora parte della loro vita e colonna sonora della loro ambizione. Non esiste denaro che possa darti questa soddisfazione, sapere che qualcuno lo sente in macchina, o con lo smarthphone mentre corre o cucina, che lo mette in diffusione nel locale o nel negozio mi appaga molto di più che sentirmi dire “sì o no” da quattro giudici cafoni messi lì per promuovere solo se stessi…

Marco Germani traccia per traccia

Si parte da Welcome to After Life, introduzione con inclinazioni noise-ambient e una voce in stile muezzin a declamare su distese aperte ma piene di detriti industrial. Nella seconda parte del brano le voci si moltiplicano e così le sonorità, con gli archi che finiscono per prevalere.

Si prosegue con Too Bad to be True, che apre con brani di inquietudine che presto si trasformano in un pezzo dalle caratteristiche nu metal. Ispirato soprattutto da un drumming furibondo, il pezzo si rivela duro in modo quasi inaspettato.

Ma non si cala di ritmo né di durezza nemmeno con Disguised Sleep, cantata da voce femminile. Anche Megaera ha le stesse caratteristiche, ma scava di più nel profondo, rivanga nel torbido e si rivela maggiormente teatrale.

Black World accende ulteriormente le polveri, affiancando suoni di archi, elettronica e idee elettriche piuttosto acide. Si torna a insinuare con Stupid Bitch, duetto tra voce maschile e femminile di nuovo con caratteristiche teatrali goth, che possono far pensare a Marilyn Manson o NIN.

Si potrebbe viaggiare anche più in là nel tempo cercando le radici di un pezzo come Facin’ Death, che sembra voler far incontrare Black Sabbath e Prodigy, ma forse è meglio concentrarsi sulle caratteristiche estreme del sound scelte da Germani. Disturbing awareness prosegue sulla via dell’inquietudine arrivando a giri di note da soundtrack da film horror. Sekvu la Lumon poi evolve in un pezzo rock electro con drumming che accelera progressivamente. Citazioni dantesche, sezioni dance, canti orientali completano un brano dalle caratteristiche molto singolari che finisce per costituire una suite.

Running Out of the Tunnel si incammina dietro il pianoforte, mentre Sindrome di morte apparente inserisce, in un contesto metal-melodic-goth, un inciso rap italiano. Il disco si chiude con Many Questions, molte domande sotto la pioggia, poste per lo più da una chitarra funerea in vena di assoli.

Disco senza dubbio interessante e sperimentale, quello di Marco Germani, che utilizza strumenti di vario tipo con poche limitazioni per ottenere un sound coerente e un album molto vivo (a dispetto dell’argomento del concept).

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