Marco Mantovani, “Sogni Lucidi”: la recensione

Marco Mantovani, “Sogni Lucidi”: la recensione

mantovaniDopo numerose esperienze come musicista e autore per le band con cui ha collaborato, Marco Mantovani ha deciso di pubblicare il suo primo lavoro da solista dopo l’incontro con Andrea Viti, ex bassista degli Afterhours. Dalla loro unione sono nate nove tracce tra il pop cantautorale e il rock nostrano, sognate e sognanti, figlie della creatività lasciata libera di esprimersi, senza condizionamenti o forzature.

Il contrario di sognare a occhi aperti è sognare lucidamente, non essere spettatori inermi e inconsapevoli, ma rendersi conto di dove ci si trova, diventando così capaci di tessere la trama del sogno. Sogni Lucidi è stato registrato quasi interamente in presa diretta, in uno studio lontano dalla città, in una vera e propria full immersion nel progetto, permettendo confronti continui e conseguenti miglioramenti.

Mantovani traccia per traccia

Il disco si apre con del sano rock, con Il Segno dei tempi. Musicalmente coinvolgente, anche se quello che stupisce maggiormente è il testo: un elenco in cui si susseguono svariate “categorie” in cui si possono incasellare la maggior parte degli esseri umani, sulla base delle loro abitudini e interessi più svariati, con la considerazione finale che nessuna di queste può effettivamente indicare la strada.

Senza te è una storia d’amore finita, il ricominciare a vivere da soli dopo aver camminato in due, e il fare i conti con una solitudine che rende difficile affrontare il quotidiano. L’atmosfera è decisamente rock, mantiene un bel ritmo dall’inizio alla fine, rendendo meno pesante l’idea dell’abbandono. Il coinvolgimento di Andrea Viti e della sua esperienza negli Afterhours in questo pezzo si percepisce chiaramente.

Sto meglio a casa affievolisce i toni, con chitarre morbide e violini che fanno da sottofondo a una storia d’amore semplice, vissuta tra il divano e la tv e le piccole cose che rendono speciale l’intimità.

Un Voyage Dans La Lune, è il brano che meglio incarna la dimensione onirica ricercata da Mantovani. La scia pop del brano precedente viene mantenuta, aggiungendo ritmo per renderlo la perfetta colonna sonora di questo sogno lucido, in cui i protagonisti vivono il loro amore tra la realtà della carne e lontane galassie create dalla magia dell’incontro.

L’influenza dei gruppi rock italiani, in questo caso specialmente dei Timoria, in Narada, il cui basso e la melodia orientaleggiante riporta inevitabilmente i nostalgici agli anni di Viaggio senza Vento. Il testo è di cantautorato mistico, non immediato, ma che invita al riascolto.

La corsa all’oro racconta la preoccupazione per la deriva presa dalla società moderna, centrata sulla ricerca del profitto costante, prigioniera in una gabbia di cui ormai non vede nemmeno più i contorni. Anche in questo brano si percepiscono gli echi delle rock band italiane (Negrita) più come sensazione che come riferimento vero e proprio.

È la volta di Diecimila ore, brano leggero nel mood, con un bel giro di basso che ben si sposa con le riflessioni sul tempo, lo spazio e le illusioni che sfuggono alla nostra umana comprensione, lasciandoci stupiti e increduli quando cominciamo a prendere coscienza di ciò che ci circonda. Esmeralda è una bella prova di cantautorato romantico, che porta con sè un ritmo più lento e la speranza di rivedere colei che con le sue danze ha rapito il cuore del protagonista.

L’ultima traccia porta il nome di due personaggi storici, e celebra la loro storia d’amore. È così che in Giuseppe e Anita, la rivoluzione, le battaglie e i cuori in tempesta vengono raccontati con una ballata orecchiabile e dal buon ritmo.

I Sogni Lucidi di Mantovani sono passeggiate tra gli stili”, con arrangiamenti, mood e vocalità spesso differenti, che riescono però a mantenere un buon livello qualitativo senza mai uscire dalla dimensione onirica creata.

Chiara Orsetti

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