Moma: intervista e recensione

Moma: intervista e recensione

I MoMa si formano a Faenza (Ravenna) cinque anni fa. Dopo aver pubblicato il molto acustico Linked to the stars nel 2013, bissano il discorso ora con A permanent state of transition, che invece fa ricorso più che esteso a sensazioni elettriche. Abbiamo rivolto qualche domanda alla band.

“A permanent state of transition” rappresenta una svolta sonora verso idee più “elettriche”. Potete raccontare com’è nato questo cambiamento?

Dal primo disco è nata l’esigenza di esprimere un cambiamento, verso qualcosa di più avvolgente, aggressivo e fuori dagli schemi. In fase di transizione… permanente.  Aggiungiamo inoltre che i brani si sono anche sviluppati in funzione dell’effettiva disponibilità di strumentazione. Ora abbiamo acquistato un mini synth e una drum-machine, vedremo!

Quali sono state le difficoltà maggiori che avete incontrato nel realizzare il disco, se ce ne sono state? 

La registrazione è stato un lungo percorso di consapevolezza dei brani, nati in sala prove e trasformati, talvolta radicalmente con il lavoro in studio. Probabilmente questa consapevolezza è stato il passo più difficile, dopo il disco ha preso forma da sé!  Non neghiamo che, essendo completamente autoprodotti,  qualche difficoltà economica  sul cammino è sorta…

Come nasce “Until”?

Da un punto di vista musicale, nasce da un riff di chitarra , sul quale poi è stata costruita la struttura del brano.  Per quanto concerne il testo, ​inizialmente si voleva parlare della rabbia che a volte viene indirizzata verso alcune categorie sociali come gli immigrati, i gay o altri. ​Si voleva parlare del sentimento di odio smisurato e poco giustificabile che a volte nasce e mette persone contro altre persone in una spirale perversa. Alla fine vista anche la lunghezza delle prime strofe si riuscì a parlare solo degli immigrati, ma ​la conclusione rimase la stessa: il far memoria del legame di sangue che ci unisce e il tentativo di comprendere le ragioni dell’altro.

Il packaging del cd è piuttosto articolato, compresa una sorta di gioco dell’oca nel libretto interno… Chi ha ideato il tutto?

Ecco, forse questa è stata davvero la parte più difficile del progetto: la realizzazione del packaging è stato un vero lavoro di squadra, frutto di ore di confronto, dove ognuno ha messo la propria idea, inserita poi nel risultato finale a eccezione della copertina, idea di Michela, fidanzata del bassista, il logo e un piccolo aiuto grafico per il libretto interno.

Potete descrivere i vostri concerti?

I nostri concerti vogliono essere il più coinvolgenti e partecipativi  possibile. Cerchiamo di creare un spettacolo originale dove tutto è al posto giusto e si riescono a trasmettere i significati delle canzoni, con qualche intervento teatrale da parte del nostro frontman.  Per quanto concerne i concerti, abbiamo già suonato in alcuni locali della Romagna, e contiamo di divulgare il più possibile il nostro lavoro. Nel nostro repertorio, di circa due ore, non sono presenti cover.

Chi è o chi sono gli artisti indipendenti italiani che stimate di più in questo momento?

Livia  Ferri e  Brunori Sas.

MoMa traccia per traccia

Il disco si apre con la ballata sghemba Tasteful, con influssi rock-blues e con percorsi sentimentali e stravaganti da percorrere. Più diretta Running Free, che allinea qualche nostalgia per il rock anni ’80 con buone linee di basso. Dimmin’ Night compie una scelta precisa verso una ballata di stampo romantico e classico.

Si riparte all’attacco poi con 21st Century Battle Hymn, che fa rumore soprattutto con il drumming, accentuando il passo piuttosto ballato con le chitarre. Until porta nel disco un che di tribale e ancestrale, con riferimenti agli indiani d’America (o simili) che digradano poi in un rock aggressivo.

Anche Pain in Beauty è portatrice di una buona dose di rancore e baldanza, rafforzata dagli interventi della chitarra. D’Ya Turn Back insiste su toni rock, ma con qualche inserto di natura diversa, con cambiamenti di ritmo e curve che si allargano, lasciando particolare spazio alla voce.

E’ il basso, insieme a una serie di parole chiave riferite al mondo dei social, ad aprire Your Face is like a Tweet. Si prosegue con Rock&Bacon, che riporta il clima a toni più seri e quasi solenni. Il disco si chiude con Over, che fa ricorso alla voce di Marica Ferri per dare un tono più intimo e differente alla ballata finale.

Buon lavoro dei MoMa che nel disco nuovo mettono in mostra tutte le proprie variegate anime.

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