One Boy Band, le energie notturne per lanciarmi

One Boy Band, le energie notturne per lanciarmi

Con un esordio dal titolo 33 Giri Di Boa, Davide Genco si è scelto come moniker One Boy Band e  ha pubblicato dall’etichetta Discipline. Il disco contiene dieci tracce originali e una cover dei Joy Division. Il cantautore e musicista siculo-brianzolo si è accompagnato con chitarra, loop-station e ukulele per mettere insieme i propri brani più intimi, che sentiva di dover presentare da solo. Lo abbiamo intervistato.

Puoi raccontare la tua storia fin qui?
Comincio a suonare nel 2000, militando come chitarrista in varie band della Brianza, vincendo un po’ di concorsi e dedicandomi, da buon stereotipo dell’alternativo post Nineties, a generi come Ska, Grunge, Punk, Dark e Crossover. Ho sempre sfornato parecchie canzoni e un certo punto me ne ritrovo così tante fra le mani che nel 2005 scelgo di cominciare a cantarle e suonarle da me, per non sovraccaricare di pezzi le mie altre band – e non farmi mandare a quel paese.

Mi autoproduco una manciata di ep, finché dopo anni di live in Italia e all’estero trovo le energie (notturne) per lanciarmi nel primo album full length che è appunto “33 giri di boa”, che considero allo stesso tempo la chiusura del cerchio e un nuovo esordio per riguarda la One Boy Band.

Hai dichiarato che volevi che questo disco suonasse come una fotografia. Che tipo di momento volevi che fotografasse, esattamente?

Il qui e ora del passaggio da una tardo-adolescenza più che prolungata a un’età matura quasi etero-imposta dal contesto. Credo che però la fotografia sia venuta mossa, perché stavo scuotendo la testa per capire dove guardare.

Perché hai scelto di fare la cover di “Disorder” dei Joy Division?

Qualche novembre fa avevo appena finito la bella autobiografia di Peter Hook sulla storia dei suoi Joy Division, che in un certo senso spogliava dal mito la figura di Ian Curtis raccontandolo come una – talentuosa – persona normale. Appena finito il libro ho quindi ripreso ad ascoltare compulsivamente Unknown Pleasures. Disorder era la mia traccia preferita, quindi mi sono semplicemente messo a suonarla e ho scoperto che mi piaceva molto farla in acustico.

Puoi descrivere i tuoi concerti? Quali saranno le prossime date che ti vedranno coinvolto?

Per ora molta Brianza. Stasera suono a Monza, al Box di via Bergamo. Locale curioso che sembra la versione bonsai di un club londinese, arredato dai quadri di Andy Fluon/Bluvertigo. Altre date per ora sicure sono un’apertura a Bob Corn all’Arci Blob di Arcore (MB) domenica 11 giugno e un’apertura ai Les Enfants ad Agrate (MB) l’8 luglio all’interno del Pentagrate Music Fest.

Chi è o chi sono gli artisti indipendenti italiani che stimi di più in questo momento e perché?

Nel panorama italiano “indie mainstream” (mi si perdoni l’ossimoro) considero un fuoriclasse Brunori Sas. Mi sono piaciuti gli album di Motta e Giorgio Poi. Ho però un debole particolare per la scena palermitana, mi riferisco ad artisti strepitosi come Alessio Bondì, Fabrizio Cammarata e Nicolò Carnesi. Sul versante band molto molto indie cito Itaca, Nails & Castles e The Twerks.

Puoi indicare tre brani, italiani o stranieri, che ti hanno influenzato particolarmente?

Several Shades Of Why di J Mascis, Wakin On A Pretty Day di Kurt Vile, Death With Dignity di Sufjan Stevens.

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