Phidge, “Paris”: recensione e streaming

Phidge, “Paris”: recensione e streaming

I Phidge (Dodi Germano, Riccardo Fedrigo, Nicola Di Virgilio e Oscar Astorri) sono un quartetto di Bologna nato nel 2003. Dopo diversi demo e un centinaio di concerti, dal 2007 sono sotto contratto con la Riff Records di Bolzano.

Nel 2008 arriva il primo album, “It’s All About To Tell”, prodotto e registrato da Bruno Germano ai Vacuum Studios di Bologna. E’ uscito da poco Paris, prodotto, registrato e mixato da Angelo Epifani ai Raw Studios di Bologna. Nei dieci brani del disco, firmati da Riccardo Fedrigo, si possono individuare influenze punk, dark, funky, art e street rock.

Phidge traccia per traccia

Do We? apre il lavoro con un tono interrogativo, ma anche con un rock dalle tinte indie piuttosto chiare e distinte. A couple of things si fa poi avanti con ritmi baldanzosi e le chitarre in evidenza.

Un po’ di malinconia e buone linee di basso caratterizzano Any Good News? che mette in maggiore evidenza le propensioni melodiche della band. Tentazioni corali sono invece quelle di The Mouth of Love, alle quali i Phidge si arrendono volentieri, conferendo un andamento sinuoso e pop, ma non troppo morbido, alla canzone.

Face to Face invece si rivela molto più acida, fin dalle prime battute, impostando il cantato sul piano del duello, invece che sul coro. Memories mette insieme l’anima più ruvida con quella più melodica e il risultato è un pezzo ricco di contrasti e malinconie. Anima leggermente più punk quella di Paris, la title track, anche se i ritmi non sono altissimi.

Be Do si inoltra in conversazioni più intime e introspettive, accompagnate passo passo da chitarra e drumming. A proposito di chitarra, la sei corde si mette decisamente in mostra con un assolo (a dire il vero non sempre pulitissimo) in Road (to the Drops), uno dei pezzi più intensi dell’album. Il quale album chiude con Thin, ballata abbastanza minimal, con apertura lirica nella parte finale.

Disco tutto sommato curioso, quello dei Phidge, perché non insegue la contemporaneità a tutti i costi. Anzi qui e là le idee sembrano proprio “tradizionali”, senza per questo suonare vecchie. La band riesce a mettere insieme dieci brani che meritano l’ascolto con buone idee e buona varietà.

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