Recensione: Gonzaga, “Tutto è guerra”

Recensione: Gonzaga, “Tutto è guerra”

Dopo un ep, La manovra di Valsalva, che li ha portati ad aprire i concerti di un artista stimabile ma con cui hanno poco in comune, come Enzo Avitabile, il trio toscano Gonzaga pubblica Tutto è guerra, primo disco bellicoso.

Le dodici tracce del primo album, registrato in presa diretta alle Officine Meccaniche di Milano e prodotto insieme a Taketo Gohara, delineano il volto di una band piuttosto incazzata, amante delle sonorità indie anglosassoni ma che, cantando in italiano, non può rinunciare di dare un’occhiata alla tradizione del rock italiano più innovativo.

Gonzaga traccia per traccia

La prima traccia è Via Maldonado, che su trame psichedeliche, con un basso continuo e una chitarra molto acida, stende un testo che può richiamare alla mente i CSI. le fasi più tempestose del brano promettono un disco non tranquillo.

È così sarà: Minotauro porta all’esterno la batteria e disegna idee più indie (Interpol e compagnia i numi tutelari). La prospettiva del testo consiste nel mettersi dalla parte del mostro nel labirinto, un po’ come nel racconto di Borges.

E dopo un’altra robusta cavalcata in campo indie con Identità, c’è la minimalista, schizofrenica e apocalittica Pacific Trash Vortex. Più dialettico l’atteggiamento di Tragedie annunciate, che corre su binari più convenzionali, con aperture quasi pop.

La title track Tutto è guerra, con un passo da brano importante, è collocata strategicamente a metà album e ne costituisce un picco, con una struttura articolata in più fasi e una serie di contrasti e di chiariscuri. E’ la chitarra acustica a riportare alla ragione con l’intermezzo strumentale Uscire di casa.

Abracadabra (che ha qualcosa in comune con The Letter dei Veils) fa perno su tastiere di varia natura per occuparsi in modo molto diretto all’attualità, con riferimenti al patto Stato-mafia e a una nota trasmissione di Raiuno condotta con professionalità untuosa da Bruno Vespa.

Molto contrastata e viva Nietszche, che si confronta con il pensiero del geniale e disperato filosofo tedesco (almeno per quanto si possa fare all’interno di una canzone) e lo fa in modo tempestoso, come si conviene al pensatore di Così parlò Zarathustra ed Ecce Homo.

E dopo la breve Ist Die Zeit, che riprende il finale di Identità, ecco un’altra dose di chitarre furenti e molto indie con Odio tutte le parole, che ha ritmi alti e ottima personalità. Si chiude con Niente è più com’era prima, tra tempeste e sussurri.

Anche se le sonorità, bene o male, richiamano spesso quanto prodotto da band internazionali degli anni Duemila, i Gonzaga si sforzano di comporre miscele personali, aggiungendo anche buone dosi di rock italiano (i già citati CSI, qualcosa dei Marlene) al discorso. Il risultato è un disco di flusso, forse non definitivo ma che lascia intravvedere ottimi margini di crescita.

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