Scout TraKs: Rumore Binario, da Houdini a Monkey Island

Scout TraKs: Rumore Binario, da Houdini a Monkey Island

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Una scelta di base: possiamo tirarcela e dire che li abbiamo scoperti noi (tanto sono simpatici e non si offendono) oppure possiamo dire che sono più loro ad aver scoperto e contattato TraKs. Fatto sta che il talento dei Rumore Binario è chiarissimo e scintillante, anche basandosi su un ep da quattro canzoni come Houdini, uscito qualche tempo fa e ricco di abilità, passione e fantasia.

Si autopresentano come “folk-rock”, ma c’è un che di zingaresco nella loro musica, nel modo di utilizzare il pianoforte in modo percussivo, nell’ironia che esprimono in pezzi come Boom ergonomico, che apre l’ep a tutta velocità.

Si prosegue con La stangata (nessuna parentela con l’omonimo film), che si muove fredbuscaglionescamente su storie d’amore di retrobottega, sempre piuttosto ridanciane, all’interno di movimenti di tango .

Giostra che è il mare prova la finta: cerca di convincere sulle prime che il discorso sia serio, con un’epica marittima tra Conrad e Melville. Ma è soltanto una pochade mascherata: sulla tolda esplode all’improvviso la festa (o la rissa, che è lo stesso).

I paralleli si possono tracciare verso De André come verso gli Waterboys: questo sì che è un pezzo folk-rock, anche se il panorama non è proprio la campagna irlandese. Si chiude con Houdini, che dà il titolo all’ep, a sottolineare che in amore, ma non solo, vince chi fugge. Anche qui le atmosfere cambiano da un momento all’altro, le percussioni che ora sembrano rock accompagnano verso un pianoforte che suona foxtrot.

Approfondiamo qualche concetto con Filippo Potenziani in rappresentanza della band.

Partiamo dal nome: perché Rumore Binario?

Rumore Binario è una sorta di traduzione del nome della formazione precedente, Railway Noise. Io (Filippo Potenziani – batteria), Gabriele Calanca (basso) e Francesco Brunetti (chitarra) eravamo quindicenni rockettari e suonavamo cover, rigorosamente british, in un consorzio agrario abbandonato vicino a una stazione ferroviaria.

Nessun aneddoto particolare, semplicemente, non avendo la disponibilità economica per isolare e insonorizzare la stanza, le nostre prove erano continuamente disturbate dal rumore dei treni. L’unica soluzione era suonare più forte.

Mi puoi raccontare qualcosa della vostra storia e di come siete arrivati all’ep Houdini?

La formazione attuale prende forma alla fine del 2011 quando al trio, si aggiungono Raffaele Franceschini (cantante) e Luca Tempra (tastiere). Il nostro credo diventa il folk-rock di matrice cantautorale in italiano, e le parole chiave dinamicità e contaminazione, soprattutto con il rock più intransigente, il progressive e il post-rock.

Tra il 2011 e il 2012 le date si susseguono numerose e arriva anche qualche riconoscimento locale, uno su tutti la vittoria a Viterbo Record con la benedizione di Tony Bungaro. Nasce così l’opportunità di tentare la via dell’inedito il cui risultato è Houdini EP, pensato per non essere soltanto un disco da ascoltare, ma un disco da “leggere” e da osservare.

Infatti tutti i racconti si trovano rappresentati perfettamente in quattro quadri d’autore del pittore Benito Saluzzi. Nell’estate 2013 con l’uscita del disco, riprende l’attività live. Suoniamo insieme ai Managment del Dolore Post-Operatorio, i Martinicca Boison e partecipiamo al festival di musica internazionale “Euro Music Fest” dove condivididiamo il palco con i Kutso e band provenienti da tutta Europa.

Che cosa vi ha affascinato della figura del più celebre degli illusionisti?

Ci affascinava la sua straordinaria semplicità nello svincolarsi dalle situazioni più improbabili. Così gli autori del testo, che sono Gabriele e Raffaele, hanno deciso di rendere Houdini una metafora. Il protagonista del nostro brano non è infatti, come potrebbe sembrare dai numerosi riferimenti, il celebre escapologo, ma un gigolò che adora paragonarsi a Houdini per la sua grande capacità di liberarsi dalle catene amorose.

Quanto c’è di “vero” nei vostri testi? In particolare mi incuriosisce tutta la pochade amorosa alla base de “La stangata”? 

Non molto in realtà. L’obiettivo di questo mini-cd era quello di raccontare quattro storie come fossero quattro quadri di altrettanti personaggi inventati, spesso però, molto distanti dalla nostra visione delle cose. A questo si deve il tono talvolta dissacrante e ironico dei testi.

Ci piace pensarlo, con le dovutissime proporzioni, come una piccola Antologia di Spoon River. Nello specifico, “La stangata”, il primo pezzo composto insieme, è una rilettura caricaturale, quasi comica, nella sua teatralità, del classico tema della delusione amorosa, di chi tanto attendeva e ha continuato ad attendere e di chi dall’altra parte, come un’ape, si posava di fiore in fiore… diciamo. A questa riscrittura, si affianca anche una rilettura musicale del tango, rivisitato in chiave rock.

Dentro “Giostra che è il mare” ho avvertito echi di: De André, Capossela, Stevenson, Melville, Johnny Depp e folk gaelico di svariata provenienza. Come nasce il pezzo?

E’ vero, i rimandi sono molteplici. a livello musicale De Andrè e Capossela sono stati i punti di riferimento del brano, così come la letteratura avventurosa e di viaggio per il testo. Ma non solo. Diciamo che, durante la stesura del pezzo, ci siamo fatti una vera e propria “cultura piratesca” e siamo andati a ricercare la figura del corsaro anche in ambiti che possono sembrare distanti dalla musica.

Per esempio ci siamo divertiti a inserire, in una strofa, un’immagine di un videogioco mitico e che ha segnato una generazione: Monkey Island. Il pezzo nasce dall’esigenza di raccontare il rapporto dell’uomo e il mare. Mare come culla di libertà ma anche mare come solitudine, nella prima parte, dove l’unica via di salvezza è indicata dalle “mappe del cielo”.

In contrapposizione a questa metafora sul percorso umano, il cuore della canzone è una descrizione della vita da bucaniere. Svanisce la poesia, ma rimane la lontananza. In questa scena festosa e grottesca, rappresentata da una calca sporca e disordinata di individui intenti a bighellonare, c’è tanto abbandono ( “tatuaggi di donne che ridono altrove” ).

Abbandono che si ripresenta nel finale, dopo l’evento inaspettato. La tempesta, che spezza ogni equilibrio, ogni parvenza di stabilità e che lascia allo sventurato navigante solo un posto in prima fila per contemplarla, maledirla e infine, ormai privo del grembo della sua imbarcazione, per lasciarsi trasportare dal flusso delle onde.

Quali sono i vostri progetti attuali? Pensate a un disco a piena lunghezza in tempi ragionevoli?

Prima di tutto a maggio torneremo finalmente dal vivo dopo qualche mese di assenza forzata dai palchi. Questa pausa ci ha però permesso di lavorare sui nuovi brani e ne siamo davvero soddisfatti. Sono un pochino diversi rispetto al nostro ep, diciamo che hanno un piglio più rock, ma abbiamo lavorato molto sul sound e le contaminazioni non mancheranno, in particolare, ci stiamo misurando con la musica surf, western ed anche la classica.

L’idea è di far ripartire questo “viaggio musicale” con il quale si conclude il nostro primo lavoro, con un disco vero e proprio a inizio 2015.

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