Sparks, “Hippopotamus”: la recensione #TRAKSTRANGERS

Sparks, “Hippopotamus”: la recensione #TRAKSTRANGERS

Oggi TRAKS inaugura #TRAKSTRANGERS, una rubrichetta fissa dedicata, una volta a settimana, a un artista o una band straniera, con recensioni e interviste. Non che non lo facessimo ogni tanto anche prima, solo che adesso c’è il marchietto e l’appuntamento settimanale. Fico, no?

E per inaugurare la rubrica abbiamo scelto nientemeno che gli Sparks, ben nota e storica art-rock band americana ma trapiantatata in UK, che conta fra i propri fan storici Morrissey e Paul McCartney.

I fratelli Mael hanno appena pubblicato il loro nuovo Hippopotamus, un’opera da quindici tracce che conferma un ottimo stato di forma per un duo nato alla fine degli anni Sessanta.

Sparks traccia per traccia

Sì parte dalle molte dolcezze di Probably nothing, ingresso morbido nel disco che sembra disegnato apposta per accendere una luce sulle qualità vocali. Altre idee quelle di Missionary Position, che invece esalta le ascendenze folk, qualche vicinanza con la produzione storica del pop britannico e una certa giocosità di fondo grazie a un andamento baldanzoso e danzante. Ove per “danzante” si intenda più una danza campestre che un ballo da club.

Edith Piaf (Said it Better than Me) inserisce qualche sensazione elettronica, mixandola con elettricità e pianoforte, con un senso di importanza generale derivante forse dal personaggio dedicatario della canzone. Più sciolto il clima di Scandinavian Design, di ritmo medio anche se con caratteristiche incalzanti. Il lato giocoso e scintillante della band spunta di nuovo nella fiabesca Giddy, Giddy, che sembra rubata a un musical disneyano, a parte una ritmica e dei bassi che sembrano molto più alternative.

What the Hell is this Time? riporta la questione a terra anche se utilizza gli archi per alleggerire un percorso che sembra figlio della New Wave, sempre con tocchi di teatralità. Unaware prende vie tutto sommato pacifiche e si dirige verso orizzonti d’Oriente, mescolando etnie e temi fino a raggiungere lidi contemporaneamente tranquilli e psichedelici.

Tra Brecht e il Barocco, ecco poi la title track Hippopotamus, che rende elettronici i battiti ma prende elementi antichi, mediopunk (sembra di sentire qualcosa della deumanizzazione dei Devo, qui e là) e contemporaneo per guardare in avanti, in modo avanguardista.

Si procede poi con una incalzante Bummer, che propone un lato oscuro del pop. Niente di oscuro invece in I Wish You Were Fun, che ha uno spirito sereno, tra pianoforte e coretti, tra Beatles e Monthy Python. Si va sul sardonico con So Tell Me Mrs. Lincoln Aside From That How Was the Play?, con cambi e inserti e altri riferimenti teatrali che fanno pensare a ben note band del passato (Queen e Supertramp, in particolare).

Si entra nel circo con When you’re a French Director, costellata di particolari sulla vita dei registi francesi. The Amazing Mr. Repeat rialza i ritmi e incide qualche graffio. A little bit like fun ribadisce il concetto di divertimento, che è una delle architravi del disco, mentre la chiusura, con Life with the Macbeths, ci rimette faccia a faccia con il teatro, shakespeariano nella fattispecie.

Semplicità nella complessità: gli Sparks disegnano un album dalle molteplici sfaccettature, ma riescono a farlo con il sorriso sulle labbra e apparentemente senza sforzo. Il duo si conferma molto vitale, a dispetto degli anni e dei chilometri.

 

https://www.facebook.com/sparksofficial/

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