The Bluesmen, senza mai perdere se stessi

The Bluesmen, senza mai perdere se stessi

Con una storia che inizia nel 1993, The Bluesmen è ormai un nome consolidato tra chi suona blues entro i nostri confini: la band, che nel corso del tempo ha dovuto affrontare perdite molto dolorose, è giunta al quinto album, Find Yourself. Il disco è stato registrato nella sala dell’Associazione Musicisti di Ferrara (di cui i componenti della band fanno parte) dagli stessi musicisti che hanno fatto anche da fonici. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Roberto Formignani, chitarra, voce e colonna di The Bluesmen (http://www.thebluesmen.it).

“Find Yourself” è il quinto disco di The Bluesmen: con quali idee siete entrati in studio e con quali impressioni ne siete usciti?

Devo dire la verità, dopo quattro produzioni piuttosto acclamate nel panorama blues rock italiano che hanno costituito la scaletta dei nostri concerti e quelli insieme al songwriter americano Dirk Hamilton in questi anni, non è stato facile pensare di mantenere lo standard qualitativo e sarebbe stato più facile crogiolarsi sulle vecchie collaudate canzoni, ma l’esigenza di produrre qualcosa di nuovo è stata più forte. Non avendo un contratto discografico perché la musica che facciamo non fa business non siamo di certo costretti a uscire periodicamente con un disco e quindi lo facciamo quando in modo naturale nel tempo si accumulano idee che corrispondono al nostro stato d’animo.
Avete adottato un approccio “DIY” facendo voi stessi da fonici e produttori: perché questa scelta?

Principalmente perché l’autoproduzione pensiamo sia la cosa più artistica che una band possa proporre, senza consigli furbi da parte del produttore artistico per vendere di più; è un’esigenza che parte dalla spontaneità e dalla creatività, mantenendo fede alla parola intrinseca di ”Indie”. Ci siamo attrezzati con le poche essenziali cose che servono per la registrazione professionale e abbiamo imparato a gestire le prese degli strumenti, naturalmente non ci sogneremmo mai di cimentarci nel missaggio che affidiamo al fonico Gigi Battistini che ha mixato gli altri ultimi tre lavori.

Una sola cover nel disco: perché avete scelto “How Long Blues”?

Dopo tanti anni di “12 Bars”, le 12 battute classiche del blues tradizionale e dopo aver sperimentato molte cose in questo ambito, mi sono cimentato con una bluesong di Leroy Car che mi è sempre piaciuta ma che mi sembrava inavvicinabile per il grado melodico di vocalità; ho sempre ricoperto egregiamente il ruolo di chitarrista solista mettendo il canto in una posizione secondaria, in questo caso me la sono finalmente sentita mia e l’ho cantata; il bello dell’autoproduzione è che se poi una volta registrata la canzone non ti piace, non la metti in scaletta sul cd; in questo caso dopo il primo ascolto ci ha subito convinto.

The Bluesmen: il blues è uno stato d’animo

Hai dichiarato (giustamente) che avrebbe poco senso suonare nel 2015 in Italia come farebbe Robert Johnson nel 1930. Quali caratteristiche deve avere il blues oggi per essere convincente, in un’epoca di “cotto e mangiato”, Spotify e scarsa pazienza?

Gli ingredienti che ho sempre cercato di mettere nelle canzoni blues dei nostri cd sono immediatezza del testo, che penso debba essere quasi uno slogan piuttosto intuibile data la lingua inglese, e onestà musicale; il blues è un mix di varie culture europee e africane che negli anni Sessanta ha invaso le nostre terre grazie all’interessamento dei ragazzi inglesi che se ne sono appropriati apportando un contributo innovativo; non vedo perché questo non lo si possa fare in qualsiasi altra parte del mondo. Alcuni pensano che per suonare blues sia indispensabile essere di colore ed essere nati sulle rive del Mississippi, io invece penso che il blues sia uno stato d’animo che può essere trasmesso da chiunque e ovunque; Eric Clapton, John Mayall, Rory Gallagher e perché no Pino Daniele, ne sono testimoni.

In un’intervista recente hai parlato dei tuoi “trent’anni di gavetta”: in sostanza, come gli esami, la gavetta non finisce mai?

La “gavetta” viene vista dalla maggior parte delle persone che credono basti presentarsi a un talent show che ti consacra in breve tempo l’idolo delle folle, un periodo difficile e in salita della carriera musicale di un artista; per noi è uno stile di vita e una condizione naturale per chi fa musica in questo periodo storico; chi sceglie di fare questa vita deve saperlo: il successo è per pochi e non deve essere necessariamente il solito effimero traguardo che ci si aspetta; fare musica insieme ai tuoi amici e produrre cose tue è una delle cose più appaganti che si possano desiderare, sempre se si ha l’esigenza artistica di proporre anche solo a pochi un tuo prodotto; è un’esigenza inspiegabile e irrefrenabile che a volte ti pone degli interrogativi ai quali difficilmente sai rispondere; e così e basta.

Visto che sei stato parte della sua storia, posso approfittare dell’occasione per chiederti due parole sul trentennale di “Quelli della Notte”, trasmissione di Arbore importante anche dal punto di vista musicale?

Partecipare a Quelli della Notte è stato un bel trampolino di lancio per noi che in quegli anni eravamo piuttosto inesperti e selvatici; è capitato tutto in maniera quasi “poetica” e penso che adesso potrebbe essere molto più difficile. In occasione di una nostra partecipazione nel 1984 a una trasmissione radiofonica di Rai 2 che si chiamava “Via Asiago Tenda”, trovandoci a Roma siamo riusciti ad andare a trovare a casa sua Renzo Arbore e a lasciargli un nostro book e una cassetta demo; dopo una settimana mi ha richiamato al telefono di casa (non esistevano i cellulari, internet ecc..) e mi ha detto che eravamo “forti”!

Lui non stava facendo nessuna trasmissione ma ci ha chiesto di contattarlo non appena fosse uscito con qualche novità ed è così che abbiamo fatto. A differenza di altri che hanno partecipato solo a una serata, noi siamo stati la band che ha collaudato per quattro giorni tutti gli impianti e abbiamo aperto le prime tre serate; Renzo Arbore è una brava persona e con noi e tutto lo staff di Quelli della Notte si è comportato come un amico; l’ho rivisto a Pistoia Blues nel 2006 quando siamo stati chiamati ad aprire il concerto di Bob Dylan; è stato lui a chiamarmi e a riconoscermi per fare una foto insieme.

Quella trasmissione è stata una cosa irripetibile e che ha permesso a molti ragazzi come noi di farsi notare, mettendo in risalto diverse realtà musicali della penisola. Ricordo che quando siamo tornati, il telefono squillava in continuazione; erano promoter da tutte le parti d’Italia che ci offrivano concerti.

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