Unreal City, “Frammenti notturni”: la recensione

Unreal City, “Frammenti notturni”: la recensione

Gli Unreal City tornano sulle scene con un nuovo lavoro, Frammenti notturni. Se già i due precedenti dischi avevano contribuito a diffondere il nome degli Unreal City all’interno della scena progressive internazionale, grazie anche a concerti in Europa e oltreoceano presso il festival canadese Terra Incognita, questo terzo capitolo è destinato a consolidarne lo status di nome di punta del panorama prog-rock italiano.

L’attuale formazione vede Ema Tarasconi, compositore di musiche e liriche, alle tastiere e alla voce, Francesca Zanetta alla chitarra, Dario Pessina al basso e il nuovo batterista Marco Garbin. Alla registrazione di Frammenti notturni, avvenuta a inizio 2017 presso il rinomato Studio 2 di Padova, hanno partecipato come ospiti anche Matteo Bertani al violino e Camilla Pozzi alla voce.

Unreal City traccia per traccia

Il disco si apre con la lunga suite La Grande Festa in Maschera, che fin dal titolo svela i legami con il progressive italiano storico (PFM su tutti): ma il sound scelto dalla band è decisamente contemporaneo, mantenendo i legami con la tradizione soprattutto attraverso le scelte di struttura dei brani, ricchi di cambi di movimenti, e lo stile del cantato.

Si prosegue con una meno festosa e più inquieta Le Luci delle Case (spente), che innesta nel violino iniziale una frase di chitarra molto cristallina, cui fa seguito l’ingresso degli altri strumenti, a cominciare dall’organo. Il pezzo si sporca gradualmente e rivela istinti quasi funk.

Segue Barricate, più breve dei due pezzi d’apertura e probabilmente anche per questo scelta come singolo di presentazione del disco. Il brano porta con sé un senso di pathos più intenso, con il drumming protagonista almeno quanto le tastiere.

Il Nido delle Succubi torna a modalità suite, con gli spunti melodici sorretti dal pianforte che si interesecano con sezioni più vibranti e intense. L’influenza del progressive anni 80 (Marillion e simili) qui incide maggiormente, alternata con sensazioni di provenienza 70s.

Si chiude con una articolata Arrivi all’Aurora, aperta in modo estremamente malinconico, poi in crescita continua verso un’escalation finale.

Accanto alla perizia strumentale, classica per il genere di elezione degli Unreal City, si nota come la band cerchi di non affossarsi mai sulla pomposità, anch’essa purtroppo classica in certo prog rock. Al contrario i pezzi della band sono sempre in continuo movimento e prendono aria da una certa vivacità di fondo.

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