Anatemah, “Sambèło da ròcoło”: la recensione

Il nuovo disco di Anatemah si intitola Sambèło da ròcoło: anticipato dalla pubblicazione del singolo Casoto, il lavoro in bilico affonda le mani nel territorio del jazz e della sperimentazione. Con un titolo che riecheggia l’antico dialetto veneto, è infatti un omaggio alle radici del trio composto da Alessandro FedrigoMichele Tedesco Gian Ranieri Bertoncini, ma anche un racconto simbolico, un viaggio tra le pieghe di un lavoro artistico essenziale.  

La figura dell’uccello evocata dal “sambeo” è infatti una cifra dalla duplice anima, laddove il riferimento animale richiama un’idea di libertà, di spoliazione dalla norma, mentre il significato traslato (di sciocco, “zimbello”) si ammanta dei più nobili richiami surrealisti, con la stupidità come alternativa alle codificazioni, al quotidiano ignobile. 

Niente di più attuale in un’epoca come la nostra, in cui “il sambeo” di turno, assoggettato ai dettami sociali, attira i suoi simili verso il baratro senza esserne consapevole, prestandosi ingenuamente a diventare una subdola trappola per generare finzione e stoltezza. Una reazione a catena infinita. Non solo; l’immagine del volatile che attira altri con il suo canto condensa, anche, l’intento artistico del trio: creare un richiamo sonoro per uomo contemporaneo, spesso disperso in una realtà frenetica e frammentata.

Il disco si avvale della collaborazione con il chitarrista e produttore Frank Martino, musicista visionario capace di espandere la profondità e l’immaginario sonoro del trio. 

Anatemah traccia per traccia

Parte un po’ bruscamente Dàghe!, proiettando l’ascoltatore già nel mezzo della tenzone. Composta da linee fluide, sostenute ora dalla tromba, ora dalla chitarra, mentre il basso si occupa di fondare un terreno solido sul quale lasciare spazio alla fantasia creativa.

Ecco poi il singolo Casòto, che si fa un po’ più pulsante e ricco di glitch e di deviazioni, con una linea di basso continua e fluida sempre da seguire. Aspèxe mette al centro dei giochi la tromba e i suoi assoli, ma con un’atmosfera piuttosto noir e delle percussioni scomposte ad attorniare il tema portante.

Molto dinamica e guizzante, ecco Tàsi e tira, che affronta fasi diverse ma sembra voler viaggiare a livello del terreno per fornire sensazioni molto vive e vibranti. Rapida e contrastata anche Rénto e frasche, punteggiata dalla batteria che si dimostra particolarmente attiva. Poi arriva la chitarra e aggiunge qualche tratto sgargiante al tessuto.

Si entra in un certo tipo di notte per ascoltare No s’ciàpo de osei, che poi si fa più veloce e dinamica. Pan e salado si diffonde in dettagli sonori particolareggiati, come in un sottobosco molto fitto e popolato.

Ancora discorsi di cacciagione, suppongo (ma mastico poco di veneto), con S’ciòpo con rinculo, che è piuttosto impervia e anche carica di tensione. Le minacce si prolungano fino a Mola el can, che ha ritmi molto ansiogeni e un’energia oscura da far emergere.

Qualche recitato costella La guardia forestale, che ha uno sguardo vasto e orizzontale, e qualche suggestione di carattere cinematografico. Tromba solitaria si erge a principio di Areo el tordo, prima che il basso si conceda qualche licenza e fletta un po’ i muscoli. Poi il brano prende derive tutto sommato imprevedibili.

Si chiude con Mimetizà, che si muove in un acquitrino di piccole emozioni sonore, con un’estetica glitch che si sviluppa passo dopo passo.

Ottimo lavoro per gli Anatemah che coniugano struttura e libertà in dodici pezzi sempre molto vivi e ricchi di creatività. Anche la combinazione con la chitarra di Martino si inserisce in modo perfettamente fluido nel discorso generale.

Genere musicale: jazz

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