Il nuovo album Bellissimi e infelici porta Mariano Casulli in un racconto musicale intimo e riflessivo, dove la bellezza apparente si confronta con le fragilità interiori. Tra arrangiamenti curati e testi che osservano le vite dei giovani adulti, il cantautore costruisce un equilibrio tra semplicità e sperimentazione sonora. In questa intervista, Casulli guida attraverso la genesi dell’album, la sua visione artistica e le storie che animano ogni brano.
Il titolo del tuo album, Bellissimi e infelici, suggerisce un equilibrio tra bellezza e malinconia. Come hai lavorato su questa dualità nel corso della scrittura dei brani?
Ho cercato di far venire fuori tutta la particolarità di questo ossimoro, contestualizzando la narrazione su una protagonista principalmente femminile, alle prese con la propria bellezza esteriore ma in continua lotta con il suo mondo interiore.
In che modo le esperienze personali hanno influenzato i testi e le atmosfere di questo album? Ci sono storie che hai sentito di dover raccontare più di altre?
Non so dirti se nelle canzoni ci siano riferimenti autobiografici, almeno non ne sono conscio. Ho pensato di raccontare un vissuto, uno status contemporaneo di quello che vedo nei giovani tra i venti e i trenta anni. È un periodo della vita che sto chiudendo, visto che a breve compirò trent’anni. Mi sono lasciato trasportare dalle storie di vita che ho incontrato durante questo periodo.
Musicalmente, Bellissimi e infelici alterna momenti intimi ad arrangiamenti più complessi. Come hai deciso il bilanciamento tra semplicità e sperimentazione sonora?
La semplicità è una caratteristica che ricerco molto in quello che faccio, perché credo sia più fruibile da tutti. La responsabilità della musica di questo disco è da attribuire principalmente al mio produttore, Molla, che ha saputo coniugare le mie idee sonore con i testi, dando una ventata di freschezza alla mia musica senza mai snaturarla nella sua essenza principale.
Come credi che questo disco si collochi nel panorama cantautorale italiano contemporaneo? Hai voluto seguire influenze precise o creare uno spazio tutto tuo?
Uno dei miei maestri diceva che la musica è finita, e forse non posso dargli torto. Faccio fatica a riconoscermi in un panorama musicale contemporaneo, anche cantautorale. Forse la mia musica si sarebbe ben adattata agli anni ’70 o ’80, ma pensare a quei tempi mi fa tremare le gambe per la bellezza e la potenza della musica prodotta. Credo di potermi definire, con tutta l’umiltà possibile, un piccolo artigiano musicale alla ricerca dell’autenticità, una via di mezzo tra il cantautore anni ’80 e il nuovo vecchio indie.
Se dovessi scegliere un brano dell’album che rappresenta al meglio l’essenza di Bellissimi e infelici, quale sarebbe e perché?
Trovo sempre difficile scegliere, ma penso al brano Come stai. Racchiude un po’ il senso di tutto il disco: il capitolo finale di un viaggio in cui la protagonista si ritrova a fare i conti con se stessa, a chiedersi come sta e a trovare la forza per darsi delle risposte. L’ho volutamente lasciato come ultimo brano del disco proprio perché risolve il viaggio emotivo dell’ascolto.

