Con il suo nuovo album, Hesanobody sembra voler costruire un ponte tra sogno e realtà, tra elettronica stratificata e alt-pop dai colori intensi. I brani non sono soltanto canzoni, ma scene di un film interiore, in cui l’interpretazione dell’ascoltatore diventa parte integrante dell’esperienza.
In questa intervista, Hesanobody racconta il lavoro sul suono, sulle immagini e sull’immaginario dell’album, e riflette su come ogni brano contribuisca a un percorso emotivo unitario e cinematografico.
Il nuovo album ha un titolo molto evocativo e cinematografico. In che modo questo titolo racchiude il senso del disco e il momento personale o artistico che stavi attraversando mentre lo scrivevi?
Nel corso degli anni ho sviluppato una certa insofferenza verso le questioni irrisolte, verso quella sensazione di essere sempre a un passo da svolte, di qualsiasi natura, per poi non vederle mai concretizzarsi. Il terzo atto infinito è un nome che racchiude proprio questa sensazione, così persistente, e che ricorre spesso nei sogni. La sveglia suona, ti riporta alla realtà, e resti destinato a non scoprire come sarebbero andate avanti, quale finale avrebbero avuto quelle storie contorte.
Nei tuoi brani convivono alt-pop, elettronica e un immaginario molto visivo. Come hai lavorato sul suono di questo album per renderlo coerente e riconoscibile dall’inizio alla fine?
Ho cercato di far convivere tutte le mie anime: tutto ciò che amo e che mi influenza, dalla musica al cinema alle arti visive. È stato fondamentale anche circondarmi di persone che condividessero questa visione e avessero dimestichezza con queste sonorità e con il relativo background artistico che fonda il mio immaginario.
Rispetto ai tuoi lavori precedenti, questo disco sembra più stratificato e narrativo. Cosa è cambiato nel tuo approccio alla scrittura delle canzoni e alla costruzione degli arrangiamenti?
Penso si tratti semplicemente di maggiore esperienza e studio. Credo di essere maturato e di avere oggi più consapevolezza dei miei mezzi, cosa che mi permette, in modo forse paradossale, di potermi perdere senza perdere il controllo, mantenendo comunque il filo dei diversi elementi in gioco. Questa capacità di perdersi e ritrovarsi è stata un po’ il fulcro del disco.
Molti brani sembrano muoversi tra sogno e realtà, con testi sospesi e atmosfere quasi oniriche. Quanto conta per te lasciare spazio all’interpretazione dell’ascoltatore?
Tantissimo. Non amo le visioni univoche né dettare un punto di vista inamovibile. Trovo molto più stimolante, sia per me che per chi ascolta, che esistano spazi da riempire e prospettive da scoprire. Inoltre, spesso ciò che faccio cambia anche per me nel tempo, a seconda del momento del processo creativo o del modo in cui torno ad ascoltarlo.
Alcuni singoli usciti negli ultimi anni anticipano l’album. Che ruolo hanno all’interno della tracklist e come dialogano tra loro nel racconto complessivo del disco?
Ho scelto dei brani che potessero rappresentare le diverse anime e i diversi ambienti del disco. Saints è forse uno dei casi in cui emerge di più l’impronta da flusso di coscienza, con sezioni contrastanti e il superamento di una forma canzone più canonica. Hanami è invece il momento in cui la parte più sintetica e stridente del disco inizia a diradarsi, lasciando spazio a qualcosa di più acustico e naturalistico.
Pure rappresenta, nelle mie intenzioni, il “pezzo pop”, il capitolo in cui iniziano a maturare alcune consapevolezze, dove la luce inizia a filtrare tra le crepe del sogno e diventa evidente per chi racconta, ma forse non per chi gli sta attorno. In realtà, però, il primo estratto in assoluto risale al 2021 ed è The Necessary Beauty, che chiude l’album. È un brano a cui sono particolarmente affezionato, anche per l’esperienza di registrazione tra i sassi di Matera. Forse è il momento della catarsi, una sorta di preghiera rivolta al futuro.
Il tuo progetto ha sempre avuto una forte identità estetica, anche visiva. Quanto è stato importante il lavoro su immaginario, artwork e video per completare il senso dell’album?
Sono stato a lungo combattuto su questo aspetto, almeno per quanto riguarda questo album. In diverse fasi del processo creativo ho pensato che non dovessero esserci immagini, ma solo scritte disordinate, realizzate dalla mano centenaria di mio nonno, e il colore arancione, che nei sogni spesso simboleggia l’ambizione, il desiderio, ma anche il processo creativo e uno stato di trasformazione.
Ho preso in considerazione anche un immaginario onirico più “classico”, ma alla fine sono tornato sui miei passi. Ho scelto di affiancare alla musica uno shooting realizzato da Tommaso Veneziano al MUSABA nel 2019, insieme ad alcune vecchie foto di famiglia e a immagini della mia casa a Milano.
Se dovessi immaginare questo disco come una scena finale di un film, che tipo di emozione o immagine vorresti restasse addosso a chi lo ascolta?
Rivedo tantissimo le immagini di komorebi nel film Perfect Days di Wim Wenders: la luce che filtra tra le fronde degli alberi, le ombre che si muovono lentamente sul terreno. Una voglia di tranquillità, di presenza, di tempo che rallenta. Non una chiusura risolutiva, ma un ultimo fotogramma sospeso, in cui luce e ombra convivono senza conflitto.

