Entrare allo Spazio Teatro 89 di Milano per il concerto di Cecco e Cipo è un po’ come fare un salto nel passato. Piccino, accogliente, retrò nel senso buono della parola. La platea accoglie una cinquantina di posti, le gallerie sono chiuse. Il pubblico è raccolto e aspetta piuttosto silenzioso: tantissime coppie, gruppi di amici e un’età variegata. Trovo posto in prima fila e sono un po’ preoccupata: a spettacoli come quello a cui sto per assistere la pole position aumenta la statistica di essere coinvolta nello show.
Cecco e Cipo invadono il palco salutando come conduttori di varietà e rompono subito il ghiaccio cantando Tutto il bello che c’è e Beh, che catturano il pubblico. Come immaginavo, il confine palco-sedie viene subito rotto da Cipo che ruba un sorso di birra da una ragazza della prima fila o fa stage diving sdraiato su un gruppo di ragazzi seduti.
Vengono poi presentati i due ospiti che verranno intervistati nel corso della serata: Ginevra Fenyes (attrice, comica e content creator) e Mattia Barro, in arte Splendore (musicista, producer, dj e performer). Lo show è quasi completamente improvvisato su una serie di domande guida con sketch piuttosto serrati. Viene smontata la forma del concerto classico o dello spettacolo di stand up per rimontarla in un prodotto nuovo, che contiene rimandi alle challenge social (come la sfida del tamburo su I Will always love you) o lascia spazio alla comicità non solo dei padroni di casa, ma anche degli ospiti.
Cecco e Cipo, due caratteri completamente divergenti sul palco, che si tengono in equilibrio tra loro e non mancano le battute riguardo a come stanno vivendo il momento (“Cecco come stai?” “Un po’ teso”) che fanno subito sorridere tutti.
Poi qualcosa succede: Cecco prende la chitarra in braccio e la stanza cambia densità. Eseguono Mi sento una betulla in piena estate insieme a te. I fan cantano, si abbracciano. Le canzoni d’amore del duo diventano un campo magnetico e si capisce chiaramente che di fatto è la musica ciò che ha riunito tutti nella sala.
Cecco e Cipo: l’amore è molto simile alla felicità
Ho avuto modo di incontrare Cecco e Cipo qualche giorno dopo lo show, per chiedergli di più.
Ho fatto una ricerca: l’ultima volta che siete stati intervistati per TRAKS è stata nel 2016, per la promozione dell’album Flop. Cosa è cambiato in questi dieci anni?
È cambiato tutto. I capelli, i corpi, gli occhiali. Ma soprattutto il mondo che viviamo. I tour infiniti da ottanta date l’anno sono diventati un ricordo e oggi dieci date sono già un enorme successo. Il Covid ha inciso non solo sugli spazi ma sull’attenzione, sulla soglia di ascolto. Inoltre, per noi, il periodo subito dopo X Factor ha richiesto un riassetto, una normalizzazione dei numeri e delle aspettative. La voglia di concerti c’è, ma la ripartenza è stata faticosa, come per molti.
Artisticamente è cambiata anche la scrittura. Io, Cipo, ho sempre parlato d’amore, ma con gli anni sono diventato più serio, più sofferto, mi sono calato di più in quella parte. Io, Cecco, invece, parlo soprattutto di quello che vivo in prima persona e faccio più fatica a parlare direttamente d’amore. Non so bene perché, ma mi riesce meglio raccontare esperienze che stanno fuori dai sentimenti. Mi piace costruire storie, assorbo quello che mi succede e poi questi stimoli finiscono dentro le canzoni che scrivo.
Le mirabolanti avventure di Cecco e Cipo è un progetto che ha occupato questi ultimi due anni. Da cosa deriva la scelta di dividere un disco in “episodi”?
Lo abbiamo deciso con il produttore. Abbiamo visto che in molti hanno preso questa direzione e abbiamo provato. Ora lo preferiamo perché ci permette di scaglionare i brani e dare loro un ritmo diverso, dilatando il tempo del disco. Far uscire un album intero oggi non è come una volta, sia per l’attenzione sia per i costi. Pubblicare due singoli alla volta è stato più pratico: ogni due mesi due brani legati da un argomento, che ci hanno permesso di allungare i tempi.
In tutto il disco si parla d’amore, lo si racconta in vari momenti della vita, lo si esplora in ogni sfaccettatura e su ogni pianeta, cos’è per voi l’amore?
Per noi l’amore è molto simile alla felicità. Amore è far sorridere, far divertire. Amare una persona non è solo starci bene, ma divertirsi insieme. Ridere insieme, perché ridere è un’arma fortissima che, senza che te ne accorga, ti avvicina all’amore. Tricarico dice una cosa che sentiamo molto vicina al nostro stile: “l’amore è una ranocchietta verde”. Non so perché questa frase ci risuoni, però è cosi. In fondo l’amore è stare bene e quando qualcosa ti fa stare bene, quello per noi è amore.
Il vostro progetto ha mille sfaccettature: la musica, il podcast, le interviste… tutto questo portato a teatro e condensato nel Cecco e Cipo Show. Come è nata l’idea? Pensate che, in un momento in cui è richiesto agli artisti di essere targettizzabili sia, di fatto, controcorrente?
Il teatro ci è sempre appartenuto perché è sempre stata una dimensione meravigliosa, dai camerini al palco, e ci arriva molto di più rispetto a stare sul palco di un club. In teatro il rapporto con il pubblico cambia perché è più difficile, ma anche molto più bello. Abbiamo sempre giocato con il teatro-canzone, fatto tour a tema che legassero il teatro alla nostra storia.
Avevamo già sperimentato questo formato online con Non ho capito Cecco e Cipo, poi lo avevamo interrotto e ripreso. Sentivamo però il bisogno di un pubblico dal vivo, di una risposta reale che rendesse tutto più fluido. Non è facile portare le persone a vedere questo show, ma abbiamo sempre fatto scelte controcorrente e rischiose. Ci piace sperimentare.
Non siamo solo cantautori, siamo un miscuglio di cose, un ibrido che sa fare più cose male ma alla fine qualcosa anche bene. La varietà quindi è qualcosa di intrinseco a noi e che ci impegniamo a mantenere anche nella musica: ascolti un nostro album e ci trovi tantissimi generi, ed è una cosa che ci viene naturale. Abbiamo sempre fatto fatica a dare un senso sonoro unico ai dischi, perché non ci rappresenterebbe.
Avete dei riferimenti, nel teatro e nella musica?
Nella musica abbiamo dei pilastri chiari, come Rino Gaetano e la scuola cantautorale italiana, da De Gregori a De André. Nel teatro invece no. Non ci stiamo ispirando a nessuno in particolare. Andiamo a sentimento, a braccio. Crediamo che nell’arte sia giusto sapere come funzionano le cose, ma anche sapersene staccare per costruire una propria identità. Da lì nascono sketch e un linguaggio più originale. Non cerchiamo di copiare il teatro per capirlo, ma agiamo di pancia, seguendo l’istinto.
Dopo l’intervista mi è tutto un po’ più chiaro. Il Cecco e Cipo Show va visto così: un’esperienza imperfetta, estemporanea e variegata. A tratti dispersiva, a tratti potentissima, con la musica che, senza essere sottofondo, riscalda l’atmosfera e, ogni tanto, diventa attenuante di eventuali disubbidienze di forma.

