Cappadonia torna con La Ballata di Jekyll & Hyde, un singolo che si inserisce in modo coerente all’interno di un percorso solista avviato da tempo e riconoscibile per attitudine, scrittura e scelte produttive. Il brano conferma l’interesse dell’artista per una forma canzone diretta, radicata nel pop rock in lingua italiana, ma attraversata da una riflessione che guarda alle contraddizioni dell’identità contemporanea e al rapporto tra ciò che si è e ciò che si mostra.
Registrato in presa diretta su nastro, il singolo privilegia un approccio essenziale e fisico, che restituisce un suono compatto e immediato. La scelta produttiva non è neutra: contribuisce a rafforzare il senso di urgenza del brano e la sua dimensione istintiva, senza mediazioni superflue.
Una ballata pop rock sul lato nascosto
La Ballata di Jekyll & Hyde prende spunto dal celebre romanzo di Robert Louis Stevenson per interrogarsi sul tema della doppia natura dell’essere umano. La canzone immagina la possibilità di separare pulsioni e responsabilità, desideri e conseguenze, mettendo in discussione il peso del giudizio esterno e il controllo sociale esercitato attraverso nuovi meccanismi di esposizione e sorveglianza.
La scrittura procede per immagini nette e domande aperte, evitando risposte consolatorie. Il riferimento letterario non diventa mai esercizio citazionista, ma strumento per parlare del presente, di una moralità spesso esibita e di una tensione costante verso modelli di perfezione difficili da sostenere. In questo contesto, la scelta di cantare in italiano rafforza il legame con una tradizione narrativa che privilegia il racconto e la presa di posizione.
Estetica e visione del videoclip
Il singolo è accompagnato da un videoclip che riflette una visione precisa e dichiarata, lontana dalle logiche spettacolari più diffuse. La messa in scena è ridotta all’essenziale: musicisti, strumenti vintage, una sala prove. Un immaginario che rimanda a un’idea di rock come gesto collettivo e concreto, in cui l’immagine serve a restituire il suono, non a sovrastarlo.
Se, come accade nel libro di Robert Louis Stevenson, avessimo la possibilità di trasformarci temporaneamente in un essere diverso da noi per poter sfogare tutte le nostre voglie e pulsioni più nascoste senza doverne pagare le conseguenze l’indomani, fin dove arriveremmo a spingerci? Quanto il giudizio degli altri seppellisce ciò che siamo realmente soprattutto in una nuova epoca di inquisizione social e paladini della perfezione morale? Forse l’unica via di uscita è permettere agli altri di sentirsi migliori di te se proprio ci tengono tanto. Non credo molto nel videoclip al giorno d’oggi, ma almeno può essere un buon pretesto per mostrare delle belle chitarre e un’estetica diversa dalla bruttezza attuale. Quattro musicisti in una sala prove con degli strumenti vintage che suonano un pezzo rock

