Mentre là fuori succedono cose strane, tipo un’intervista di Tony Pitony al TG1, ci si accinge alla terza serata del Festival di Sanremo 2026. Ma è un “ci” generico perché purtroppo stasera le cronache diventeranno quasi un monologo, visto che Chiara ha impegni lavorativi che l’hanno trasportata sulla Costa Toscana, ormeggiata al largo di Sanremo (secondo me è partita in crociera e non me lo vuole dire, ma faccio finta di crederle).
Pausini con gonna di piume, Carlo Conti vestito da Carlo Conti, e che dice cose senza senso tipo che il Festival sta andando bene. Cosa che i dati degli ascolti contraddicono in maniera piuttosto palese. E si incomincia con la finale delle Nuove Proposte, come se fosse una cosa da levarsi di torno subito.
La Pausini ripete che la vittoria della sezione Nuove Proposte “cambierà la vita” di chi vince. Un po’ come a Settembre e a Gaudiano, gli ultimi due vincitori, che non ricorda nemmeno la madre. Il ballo del Mattone di Angelica Bove è canzone sicuramente più che dignitosa, forse un filo polverosa ma lei la canta con proprietà e con voce leggermente rotta, il che aumenta il fascino complessivo.
Niccolò Filippucci ha portato a Sanremo soltanto una camicia trasparente e la ripropone anche stasera: anche la sua performance è valida, mette in evidenza una buona voce, sicuramente piacerà (e probabilmente vincerà). C’è un po’ di Blanco (versante Brividi) nella sua Laguna, dopodiché vedremo cosa saprà fare della visibilità conquistata su questo palco.
Nonno Carlo Conti prende in giro Gazzoli perché dice “raga”, proprio come fanno i parenti anziani con i giovinastri. Angelica vince i premi Mia Martini e Lucio Dalla, mentre Niccolò conquista come da (mio) pronostico il televoto e porta a casa il trofeo più ambito.
La gara dei Big parte subito con Maria Antonietta e Colombre: mi sono dimenticato di citarli ieri quando ho elencato i cantautori presenti a questa edizione del Festival e chiedo venia. Cantata con sorrisi molto zuccherosi la canzone conferma di funzionare. Al secondo ascolto guadagna anche un po’ di spessore il testo, che è un po’ meno easy di quello che poteva apparire sulle prime. La prestazione vocale stasera è un pochino più incerta, ma l’impressione è che il loro Sanremo se lo siano già portato a casa con profitto.
Vestita in total black, ecco Irina Shayk e subito Carlo Conti le chiede perché è a Sanremo. E lei invece di dire: “Perché mi avete dato una fracassata di soldi per dire quattro cazzate”, risponde “Per te Carlo”, credibilmente.
Dopo qualche ulteriore pantomima arriva Leo Gassman che dopo aver visto Can Yaman decide di mostrare pure lui il petto, ma meno oleoso. Scende a cantare in platea e consegna il fiore a signorina che potrebbe essere la fidanzata o chissà chi. Urla parecchio e non sempre benissimo, stasera anche lui un po’ più incerto rispetto alla prima sera, comunque continua a convincermi pochissimo.
Arriva il premio alla carriera per Mogol, con tanto di standing ovation: oggettivamente un pezzo molto importante della storia della musica italiana, autore di testi immortali (ne ha depositati in Siae oltre 1700, tanto che a un certo punto hanno dovuto nominarlo presidente). Portatore qui e là di opinioni un filo controverse, anche sugli artisti con cui ha lavorato, gli va riconosciuta la statura e un’importanza che non si può scalfire. In compenso poi canta insieme al pubblico e fa capire perché si è messo a fare il paroliere: è stonato come una campana.
I riconoscimenti nei confronti di Mogol proseguono con altri filmati di alcune delle canzoni più celebri, cantate da Mina, Battisti, Celentano, Cocciante, Renato Zero, Caterina Caselli, fino a tracimare un po’ nel trash con la canzone scritta per la candidatura all’Unesco della Cucina Italiana. Ma nel complesso ce la portiamo a casa senza eccessivi danni.
Gli specchietti di Malika, si parla di pace senza dire niente, e poi Sal
Arriva Malika vestita di blu e con un vestito ricoperto di specchietti rotondi (o qualcosa del genere). Saranno specchietti per il trucco, visto che è in partnership con l’Estetista Cinica? Chi può dirlo. L’effetto Figli delle Stelle (ma anche molto disco funk e anni ’70) è sempre molto vivo. La canzone è tra le più vive di quest’annata smorta, nessuno la prende seriamente in considerazione per la classifica, ma direi che meriterebbe anche qualcosa di più.
Pantani vestito (tricolore) da Lapo intrattiene per un paio di minuti con battute che buona parte del pubblico non capirà. Anzi a una certa dice che tenere Max Pezzali sulla Costa Toscana per non farlo sbarcare è eccessivo. Che poi è quello che stanno facendo veramente con Chiara.
Si rientra dalla pubblicità e c’è Carlo Conti che parla di guerre e di bambini, in modo ovviamente generico, per annunciare la Pausini che canta Heal the World di Michael Jackson con il coro dell’Antoniano. Bambini sul palco a raccolta, retorica a pacchi, buoni sentimenti e coscienze ripulite (tra l’altro con il brano di uno che, come dire, avrei un po’ di ritegno nell’accostare ai bambini).
Il brano parte piano e poi Laura urlazza da par suo, in un’americanata degna di miglior causa. “Vogliamo tutti un mondo senza guerre e lo vogliamo per loro”, dice la Pausini indicando i bambini, standing ovation e tutto. E poi se uno dice “Gaza” o “genocidio” la gente sviene e si finge morta.
E infatti subito si parte a cantare Le tagliatelle di nonna Pina e Il caffè della Peppina: un po’ le canzoni più adatte dopo aver parlato di guerra e di bambini morti. Solo per questa pupazzata mi verrebbe da spegnere la tv. Ah per giunta ora risale Irina che, non lo vuole dire nessuno e per prima lei, ma è russa, cioè di un paese che se non sbaglio con la guerra ha qualcosetta a che fare. Ma andiamo avanti, che è meglio.
Oddio, meglio: a parte la statuaria Irina con capezzoli quasi esposti, a parte Pantani/Lapo che la butta in caciara, c’è Sal da Vinci, e forse avrei fatto meglio a spegnere davvero. E invece stiamo qui a sentire il Big Jim di Posillipo (in realtà è nato a New York), stasera oltre tutto abbastanza sfiatato, portare un pezzo che sarebbe suonato vecchio già negli anni Sessanta. Standing ovation insensata e la paura di una vittoria finale, che riporterebbe la musica italiana di cinquant’anni, che aumenta in modo sproporzionato.
Camicie, vibe urban, gag non imperdibili, Alicia sprecata
Carlo Conti messaggi generici sulla violenza contro le donne (“Oh uomini quando una donna dice no è no”: anni di studio e di cultura e poi bastava questo) e poi collegamento con Paolo che è rimasto paralizzato dopo essere stato accoltellato da una baby gang. La Pausini saluta tutti quelli che non possono vedere il Festival perché sono in giro. Quindi principalmente Chiara.
Si torna a cantare: camicia beige aperta anche per Tredici Pietro che però, tocca dirlo, almeno in questo perde il derby dei figli d’arte con Gassman. Ma per il valore della canzone non c’è paragone: la vibe urban del pezzo è quasi fin troppo coraggiosa per la media dei pezzi di quest’anno. E le qualità vocali e anche interpretative risaltano anche meglio rispetto alla prima sera.
Poi tocca a Fabio de Luigi e Virginia Raffaele che arrivano a promuovere il loro nuovo film con qualche gag. Più di qualche. Più di troppe, in realtà. Un Raf di vellutino celeste vestito (stasera mi permetto di osare con i colori perché tanto sono senza contraddittorio) continua a non impressionarmi con un brano che celebra il suo matrimonio. Anche lui sembra un po’ più sfiatato stasera, ma a questo punto sarò io. La parte migliore ripresa dai social è la ravanata che ha fatto prima di entrare in scena, oggettivamente.
Per colmo di sventura ecco anche Eros Ramazzotti, presentato da un filmato di Baudo pure lui: dopo un breve e surreale dialogo con Carlo Conti in cui sembra che ognuno dei due parli con se stesso, ripropone Adesso tu. E quando dico “ripropone” intendo proprio come il peperone, che lo mangi e lui si ripropone.
E mentre Chiara intanto sbarca tipo Colombo e scopre Sanremo invece dell’America, Eros e Conti si siedono sugli scalini, ricordano il passato, fanno battutacce (una abbastanza agghiacciante di Ramazzotti sul Messico), poi dice che il successo non gli ha dato alla testa e altri luoghi comuni sparsi, compreso il fatto che devono finire tutte le guerre perché così Ramazzotti può cantare ovunque. Non è improbabile che dopo affermazioni del genere altri ulteriori conflitti scoppino a breve.
Arriva Alicia Keys che è identica a vent’anni fa e che viene subito coinvolta in pantomime ignobili. Inevitabilmente bisogna andare a cercare i parenti italiani (siciliani) della star internazionale e fare qualche battuta in merito. Poi iniziano a cantare L’Aurora, ma ci sono problemi con l’amplificazione del piano, quindi ecco la pubblicità. Il problema al pianoforte sembra risolto, il problema che ci sia Ramazzotti a cantare invece purtroppo no. E Alicia avrà pure i nonni siciliani ma canta in italiano come Stanlio, tipo.
La ragazza ha evidentissimi problemi nella lettura del gobbo e si perde le parole. Imbarazzante ed evitabile. Il fatto di invitare una star (seppur in calo) internazionale per sottoporla a questo tipo di situazioni ha francamente del ridicolo.
Ovviamente si fa finta di niente e per arrotondare il cachet Conti le chiede di fare un pezzo di Empire State of Mind (“Noi la conosciamo come New York”: Carlo, ma quando Baudo ti spiegava come si presentano i cantanti eri chiuso nella doccia abbronzante?) Si fa finta che la gente la conosca (gelo in sala): Alicia qui tira fuori effettivamente voce e classe, dimostrando che c’erano moltissimi modi migliori di approfittare della sua presenza. In più aleggia una domanda: ma Eros e la Pausini non erano grandi amici? E perché non hanno duettato loro?
Arriva Renga che parla di lacrime che sorridono e del peggio di sé, il meglio di sé, insomma sono confuso, è stata una serata difficile. La Rengologa è Chiara ma mi sento di dire che neanche questa canzone entrerà negli annali del meglio dell’ex Timoria.
Tamarrate in piazza Colombo, Brancale, Arisa e altre cose che si possono perdere
Fabio: Ma a proposito di cose che non entreranno negli annali: ci sono The Kolors a cantare canzoni tamarre in piazza Colombo
Chiara: Sono sbarcata ma devo ancora lavorare. Meglio così che sentire Stash
Fabio: Questo è un fatto. Tra l’altro con gli occhiali da sole sul naso e vestito tipo da Elvis, circondato da finti strumentisti vestiti di paillette (con il resto della band dislocata più lontana). Un’altra delle molte cose con pochissimo senso di questa edizione. C’è anche ulteriore momento di imbarazzo per far salire Fru dei Jackal. E tra l’altro domani c’è Gabbani, non te lo puoi perdere per niente al mondo
Si torna all’Ariston con un’intervista al ct della Nazionale di pallavolo campione del mondo in carica, Fefé De Giorgi: anche qui ci saranno riferimenti alla pessima cronaca di Petrecca della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi.
Chiara: Comunque niente, arrivo al Palafiori se non crolla
Fabio: Stai brava che peraltro metà dei cantanti devono ancora cantare. Qui non si sa più come mettere in evidenza le tette di Irina, peraltro. Entra Eddie Brock, che come altri dieci prima di lui stasera, compresi Renga e Gassman, canta una canzone in cui o sussurra o urla, senza mezze misure. E per essere uno degli artisti “nuovi” porta uno dei testi e dei brani complessivamente più vecchi e arruginiti di quest’anno.
E niente ora che sei scesa tu inquadrano la nave. E io tre sere di fila di Pezzali non me lo meritavo: stasera tocca a Jolly Blu e ad altri successi perdibilissimi, tranne Hanno ucciso l’Uomo Ragno, forse l’unica che meriti un minimo di indulgenza. Si riparte con la gara e c’è Serena Brancale palesemente terrorizzata di cadere dalla scala.
Serena fa quello che deve fare, per carità: canzone sanremese piena di sentimento, cantata bene, sicuramente sincera. Non è un altro caso Cristicchi insomma. Però mi fa abbastanza incazzare lo stesso, perché con il talento che ha poteva fare molto di più e molto meglio. Cosa che non dirò di Samurai Jay, che arriva tutto di bianco vestito e ci trasmette la sua Ossessione. Che palesemente non è per la musica decente. Appare anche Belen in carne e ossa a dire una frase. Oppure è un’allucinazione perché inizia a essere mezzanotte e io inizio ad avere una certa.
Si ritorna dopo altra pubblicità con un’altra pochade, quella dell’intervista doppia alla Pausini finta e alla Pausini vera. Poi arriva Arisa, sempre vestita da lampadario, scende dalla scala, abbraccia la Pausini e consiglia un tranquillante a Carlo, con fini Fantasanremistici. E anche lei canta benissimo (del vibratino si può serenamente fare a meno) ma è l’ulteriore dimostrazione che dieci autori (o giù di lì) per scrivere un testo che parla di luna, di arcobaleni, di “c’era una volta” eccetera forse sono un tantino superflui. Bastava ChatGpt.
Michele Bravi di tre quarti, e una pessima classifica finale
Fabio: Tocca a Michele Bravi, che si mette di tre quarti rispetto al microfono e accentua la posa un po’ da crooner e un po’ da divo del muto
Chiara: Ma che ha fatto oh? Non ce la sta facendo bella gioia. Io lo vorrei adottare
Fabio: Sì gli è un po’ mancata la voce, ma la sua è una delle canzoni che si apprezzano meglio con qualche riascolto. Nel frattempo Luché getta la maschera, scuoia un peluche e si veste da tamarro senza se e senza ma. Alla fine è uno dei pochi rapper che sono rimasti soprattutto rapper anche su questo palco. Il pezzo non è male e il testo non banale, ma forse ci si poteva spingere un po’ più in là
Chiara: Mah rap ne ho sentito poco
Fabio: La Pausini e Irina Shayk parlano di mal di piedi, giusto per alzare il livello
Chiara: Comunque Shayk utile come la forchetta nel brodo per quel poco che ho visto, con tutto il rispetto per il brodo, le forchette e Irina
Fabio: Un gran bel pezzo di forchetta, ma oggettivamente questo è. Mara Sattei veste di rosso stasera e indossa parecchia gioielleria, e continua a non rispondere a domande semplici tipo: perché portare (un’altra) canzone che suona vecchissima? Passiamo oltre: uno scintillante Sayf chiude i big
Chiara: Cuore mio. Mio nuovo idolo
Fabio: Sempre genovesi, sarà un caso. Il ragazzo inciampa un po’ sul testo, ma sono errori di gioventù. “Tenco è morto qui vicino” la prima sera mi era sfuggita comunque. E anche “che paura di venir capito“, che immagino sia quello che ha provato scrivendo questo testo che a leggerlo bene è parecchio incendiario. Posso dire la canzone più intelligente di quest’anno? Mascherata da “canzonetta” e quasi metacanzone che parla di se stessa. Diciamo che se vincesse il premio della critica sarebbe pura giustizia.
Ubaldo Pantani fa cento imitazioni in cinque minuti, confermando di essere comico di livello anche se ovviamente “innocuo” e slegato dalla realtà circostante. La Pausini lancia gli highlights con le pantofole ai piedi, per riassumere una delle peggiori serate della storia recente di Sanremo. E dopo averle risentite tutte almeno per accenni ribadisco che almeno dieci delle canzoni di questa sera potevano tranquillamente finire come le 200 scartate. Ora altra gag di Vincenzo de Lucia che imita Maria de Filippi, e anche qui se volevamo migliorare la situazione non ci siamo riusciti.
Fabio: “Svrogliamo le cinque prosizioni” dice Carlo, palesemente in burnout, tre ore dopo la sua abituale ora della ninna. E le cinque prosizioni sono occupate da Arisa, Sayf, Luché, Brancale, ovviamente Sal. Nel frattempo ho deciso: non è “una delle” peggiori serate festivaliere degli ultimi anni. E’ la peggiore da quando su questo palco si sono pronunciate insieme parole come “Marco” e “Carta”.

