Litfiba: una storia di pirati #primadinoi

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Senza avere la pretesa di essere enciclopedici né esaustivi, per passare agosto 2026 abbiamo deciso di raccontare, a modo nostro, e quindi con un po’ di ironia e molto rispetto, le storie relative a venti band che hanno plasmato, in modi spesso molto diversi, le sonorità e le idee dei decenni successivi. Ecco chi c’è stato #primadinoi 

Una delle mie prime interviste “importanti” fu con Piero Pelù: ero un ragazzino di belle speranze, tutte poi naufragate, ed ero piuttosto emozionato. Il disco dei Litfiba in questione era Mondi sommersi (non uno dei migliori, diciamocelo, ma poco tempo prima ero al Forum a cantare e agitare braccia a caso sulle loro canzoni).

Ricordo un Piero carismatico e tranquillo, che fece il possibile per mettere a proprio agio questo pulcino bagnato con le domande scritte davanti, per non perdere pezzi che avrei perso comunque. Poi, solo poi ci sarebbero state derive pop, borsette rubate a Sanremo, separazioni, reunion e, ultimamente, anche un ritorno sui luoghi dove la band è stata valida, importante, quasi un totem.

Un totem strano, è oggettivo: i Litfiba non hanno avuto un percorso esattamente rettilineo in quasi nessun punto della loro storia. Ma forse proprio per questo sarebbero da prendere a modello: insegnano come in musica si possa essere anche incoerenti, cadere più volte, e poi recuperare un senso.

Una scena ribollente

Per evitare di scrivere un articolo fotocopia rispetto ai mille che si trovano in Rete, eviteremo di addentrarci nelle leggende che raccontano le origini del nome dei Litfiba. Anche perché chi se ne frega: il nome è originale e rimane in testa e la formazione, che nasce intorno al 1980 a Firenze e che approda al nucleo storico dopo qualche cambio iniziale, è di quelle che funzionano: Calamai-Aiazzi-Renzulli-Maroccolo-Pelù, anche se presto il batterista sarà Ringo De Palma.

Una leggenda merita di essere comunque citata, cioè quella per cui Maroccolo telefona a Ghigo pensando che l’annuncio che ha visto in giro per Firenze di una band alla ricerca di nuovi elementi sia suo. E invece era di Federico Fiumani che cerca per i Diaframma. Questo, peraltro, dà un po’ l’idea del clima che si respira in riva all’Arno nel periodo: non sarà un nuovo Rinascimento, però la città si è innamorata della new wave e le formazioni che suonano ispirandosi al genere di marca britannica iniziano a moltiplicarsi.

Il primo ep, di cinque pezzi, arriva nel 1982 e si intitola Litfiba anche se tutti lo chiamano Guerra, dal titolo del primo brano. La band vince concorsi, realizza un secondo ep (Yassassin), suona parecchio in giro, si fa conoscere. Ma è con l’arrivo del produttore Alberto Pirelli e della sua IRA Records che la situazione si fa più concreta.

Nota a magine: IRA Records ha sotto contratto, oltre ai Litfiba anche i Diaframma e i Moda di Andrea Chimenti, per capire la portata del fenomeno new wave/post punk e anche la quantità di talento a disposizione nel periodo.

Comunque è nel marzo del 1985 che arriva Desaparecido: un pugno in faccia a chi afferma che il rock italiano debba essere per forza derivativo, come ebbe anche a scrivere Federico Guglielmi, primo e più importante biografo della band, all’epoca. Certo il disco è ancora acerbo, combattuto, preda di incertezze. Ma contiene brani cardine come Eroe nel vento (poi corretta in Eroi nel vento), Lulù e Marlene, Istanbul, Tziganata.

Il potere, il successo, l’orgia sul balcone

Si è aperta la “trilogia del potere” che, non ce ne vogliano i fan più recenti, rimane largamente quanto di meglio pubblicato da Pelù, Ghigo e compagni nell’arco della propria carriera. La conferma arriva molto presto: il 13 dicembre 1986 esce 17 re, che è addirittura un doppio album, tanta è la voglia di produrre, sovvertire i canoni, far saltare la gente sulla sedia.

Si apre con Resta, si prosegue con Re del Silenzio, ci sono brani curiosi e narrativi come Cafè, Mescal & Rosita oppure Pierrot e la Luna, ma sono soprattutto Tango, Come un Dio, Gira nel mio cerchio, Apapaia a plasmare suoni e modi di una band che è singolare, potente, difficile da arginare. Non c’è spazio proprio per la title track, 17 re, che però com’è noto avrà una seconda vita quarant’anni dopo, con un testo parzialmente attualizzato, a celebrare l’anniversario di un disco fondamentale.

Anche se, confesso, il mio preferito è sempre stato Litfiba 3, che arriva nel 1988 dopo la pubblicazione del primo live 12-5-87 (aprite i vostri occhi): meno dark nei suoni, più diretto e ancora più politico, l’album individua senza compromessi i propri obiettivi.

Tra i quali “san” Giovanni Paolo II, che era andato simpaticamente a stringere la mano a Pinochet, legittimando e facendo sponda a una delle peggiori dittature della storia del Sudamerica, come ricordato in Santiago: “Dittatura e religione fanno l’orgia sul balcone“.

E poi la pena di morte (Louisiana), il rapporto tra la Francia e i suoi clochard (Paname), la malattia mentale (Ci sei solo tu), la devastazione del pianeta che causa malattie (Peste). E naturalmente l’inno per eccellenza, Tex, che grida ai quattro venti la rabbia per la sorte dei nativi americani. Senza dimenticare altri brani fondamentali come Corri, Bambino, Cuore di Vetro, Amigo.

Si arriva in fondo agli anni ’80 con Pirata, live con riletture e ampliamenti dei brani già noti, che vende 150.000 copie e che certifica il successo della band.

Il trionfo e il crollo

Tutto bene, no? Fin qui sì, da qui in avanti, meno. Perché, tanto per incominciare, Maroccolo affronta divergenze con Pirelli che lo indurranno a mollare il gruppo, portandosi dietro De Palma, i collaboratori Magnelli e Canali, per approdare nei CCCP e poi nei CSI. E purtroppo Ringo non avrà mai la possibilità di partecipare alle future reunion, perché morirà di overdose il 1° giugno 1990.

Pelù e Renzulli superano la scissione e addirittura ne fanno in qualche modo un punto di forza. Abbandonate le sensazioni dark degli inizi, i due assumono nuovi collaboratori e imboccano una strada che è totalmente rock, con vaste tentazioni mainstream: ne è prova El Diablo, che esce a fine 1990, con la title track, Proibito, Il volo, Gioconda. Questa volta le copie vendute sono 400.000, ma è chiaro che quando si iniziano a contare le copie vendute più che le canzoni che rimangono nel tempo, qualcosa è cambiato.

E non è un delitto il successo, sia ben chiaro, ma la “tetralogia degli elementi”, che continuerà con Terremoto (1993), Spirito (1994) e Mondi sommersi (1997) non rinnega le tendenze della band che continua a parlare di politica, di mafia, di attualità, diventando di fatto “la” rock band per eccellenza in Italia. E tuttavia gli istinti e le ispirazioni degli inizi si diluiscono, si fanno sempre più slavate, sempre più semplicistiche. I concetti sono un po’ più urlati, un po’ meno poetici e meno meditati, disco dopo disco.

Infinito, che esce nel 1999, si apre con due pezzi ai quali, come dire, si guarda ancora più con scherno che con ammirazione: Il mio corpo che cambia e Mascherina. Vende un milione di copie e uccide la band.

Le clausole, i ritorni

Lasciamo parlare Wikipedia: “Il 25 marzo del ’99 Renzulli e Pelù si riunirono insieme ai rispettivi studi legali e sancirono legalmente la separazione e la messa in liquidazione della società Litfiba s.n.c. di cui erano i soci. Negli accordi legali di separazione, fra le altre clausole, Renzulli mantenne il nome della band, il quale era il suo pseudonimo SIAE dal 1983, e Pelù prese il logo del cornucuore di cui era stato l’ideatore”.

Quando una band, che si nutre di suoni, parole, sangue e sudore, si riduce a un accordo commerciale, forse sarebbe meglio seppellirla. Invece, mentre Pelù si dedica a una carriera solista diciamo non sempre trionfale, Ghigo e dei totalmente rinnovati Litfiba, con la sezione ritmica dei Malfunk e Gianluigi Cavallo detto Cabo alla voce, prova a fare lo stesso, soprattutto per la parte “non sempre trionfale”.

Il suono non sarebbe male, ma è difficile, almeno per me, dimenticare l’atmosfera di disarmo che caratterizza la data 0 del tour di Elettromacumba, a St.Vincent, alla quale ebbi modo di presenziare invitato da EMI, insieme a un pugno di giornalisti milanesi. Ci sono altri tentativi, altri cantanti, altre idee anche innovative. Ma insomma senza Pelù non sono i Litfiba. E senza i Litfiba, Pelù non è Pelù.

Così nel 2008 i due riprendono a parlarsi e finiscono per rimettere insieme la band, ripartendo in tour. Ne nasceranno dischi live e anche un album di inediti, Grande nazione, che torna in testa alle classifiche e rimette in pista il gruppo, che reclutan nuovi musicisti, come Cosimo “Zanna” Zannelli che aveva suonato con Pelù.

Si riavvicina anche Gianni Maroccolo, insieme a qualche altro componente storico, e iniziano le celebrazioni dal vivo dei dischi storici della band, che di fatto proseguono tuttora, nonostante i progetti solisti e nonostante un annuncio “ufficiale” di chiusura dell’esperienza della band nel 2022. Ma si sa come vanno questi annunci “definitivi”.

Pagina Instagram Litfiba

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