Recensione: Del Sangre, “Il ritorno dell’indiano”

Del sangreNati nel 1999 da un’idea di Luca Mirti e Marco Schuster Lastrucci, i Del Sangre hanno alle spalle molti anni di musica che ha attraversato fasi diverse, riconoscimenti, collaborazioni e molti concerti. Ma dopo molti anni passati più o meno in silenzio, nel 2014 la band decide di fare ritorno. Il risultato di questo ritorno è qui davanti agli occhi di tutti, un album bellicoso come Il ritorno dell’indiano, con sapori antichi misti a sensazioni elettriche più recenti.

Del Sangre traccia per traccia

L’indiano parte con canti tribali di indigeni amerindi, che presto lascia spazio a un rock dal passo moderato ma dalle ritmiche articolate. Le chitarre regalano vita e spessore al pezzo. Chitarre e rabbia anche in Alza le mani, pezzo a velocità ragionata con spunti di southern rock.

Atmosfere che cambiano con Successe domani dove, di fronte ad atmosfere bibliche e apocalittiche, la band estrae il sax dalla custodia e prova a venire a patti con ritmi blues e con sonorità vintage.

Si parla di Gaetano Bresci nel pezzo successivo, dedicato all’anarchico che uccise re Umberto I per vendicare le vittime “pallide e sanguinanti” dell’eccidio perpetrato dal generale Bava-Beccaris a Milano: il testo è sostanzialmente una biografia dell’anarchico, accompagnato con lentezza da batteria, tastiere e chitarre, con qualche memoria della springsteeniana The Ghost of Tom Joad che aleggia qui e là.

Si muta drasticamente pelle con Fuori dal Ghetto, uno dei pezzi più vivi e aggressivi del disco, che accende i motori facendo riferimento a temi di attualità. Qualche pizzico di retorica, un buon giro di basso e un drumming efficace sono gli elementi base di Una chitarra per la rivoluzione.

Storie di criminalità organizzata sono la base di Sacra Corona Unita, che disegna altri percorsi di rock dai sapori un po’ vintage. Si apre con il Biglietto lasciato prima di non andare via di Giorgio Caproni il pezzo successivo, Scarpe strette, che racconta dimensioni personali e intime, che tutto sommato entrano a pennello alla band.

Argo Secondari compila un elenco di rivoluzionari di svariati tipi in salsa country rock, mentre si torna ad ambienti pellerossa, almeno in apparenza, con Gli occhi di Geronimo, rock ragionato e piuttosto potente. Si chiude con Sebastiano, che usa un  po’ di ironia (amara), per parlare di lavoro, industria e multinazionali che scappano all’estero (una, in perticolare, volata da Torino a Detroit).

Complessivamente apprezzabile lo sforzo dei Del Sangre, che pure qui e là mostrano qualche superficie arrugginita. Ma le canzoni sono sincere, la passione autentica, la voglia di suonare la stessa del ’99 e l’album merita attenzione.

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