Con una bio un filo stringata (“Molto rumore per nulla. Tamburi e bassi fondi. Con scimmioni addestrati da membri di: Juggernaut, Inferno, Donkey Breeder”) i Malclango, giocando sulle maschere e sui tamburi, pubblicano un disco di sette tracce strumentali che assomiglia a un concept, ricco di sonorità post rock, facendo perno quasi soltanto sui due bassi elettrici e sulla batteria.
Malclango traccia per traccia
Si parte da Patatrac, un flusso intenso e continuo, sorretto soprattutto dal drumming e intervallato ogni tanto da voci in stile Istituto Luce che parlano di diluvi. Nimbus accelera un po’, mette in bella evidenza tutte le doti del basso elettrico e accende una luce anche sulla capacità di insistenza della band.
Più oscuri e meditativi i vicoli in cui si infila Ostro, nei quali però si insinuano danze tribali ed esplosioni improvvise. Giro di boa con i battimani di Petricore, che lasciano spazio poi alla ritmica del tamburo. Nel labirinto sonoro costruito dal brano si insinuano anche citazioni, divertissement, piccole variazioni sul tema.
Si gioca su piani minimali anche per Anatomia di un battibecco, seguita poi da una molto più “urlata” (in tutti i sensi) Granburrasca, pezzo in tutta evidenza liberatorio. Si chiude con una intensa e molto variegata Sant’Elmo.
Un disco compatto, con uno stile ben preciso e con le idee chiare. I Malclango ostentano una certa sicurezza nella propria immaginazione oltre che nei propri mezzi, confezionando un disco sottile e potente allo stesso tempo.

