“I love you”, Management del Dolore Post-Operatorio: la recensione #TraKs

“Atteso” è l’aggettivo che si usa in casi come questo: era senza dubbio molto atteso il terzo e nuovo disco del Management del Dolore Post-Operatorio, uno dei gruppi maggiormente meritevoli di attenzione del rock italiano.

Il disco, che esce oggi, si chiama I Love You, con un titolo ispirato all’omonimo film di Ferreri di una trentina d’anni fa. E’ stato prodotto e registrato da Giulio Ragno Favero presso il Lignum Studio di Villa del Conte (Pd). Le immagini collage della copertina e dell’artwork sono opera di Pasquale De Sensi.

Si parte con un brano acustico e a suo modo intimo: Se ti sfigurassero con l’acido è, da un certo punto di vista, una canzone d’amore, e anche un modo piuttosto originale  per aprire un disco.

Quantità di movimento molto maggiore in Scimmie, con un testo curioso e sarcastico pennellato su chitarre acide e ritmiche impetuose. Da registrare anche la presenza di un ritornello, tra l’altro piuttosto efficace, che è valso al brano la selezione per il primo singolo.

Vieni all’inferno con me prosegue su note acide e su un testo altrettanto surreale, che tratteggia un post-vita dalle connotazioni improbabili, con la chitarra sempre in primo piano.

Il testo di Scrivere un curriculum è basato sulla poesia del premio Nobel Wislawa Szymborsk, di cui condivide l’amarezza di fondo, sostenuta soprattutto da chitarre e ritmo. Benché priva di ironia, la canzone si distingue come una delle vette assolute dell’album.

La patria è dove si sta bene: aperta da un riff di chitarra, si trasferisce su atmosfere più cupe che si irrobustiscono con il procedere della canzone. Il tema del precariato, che nell’indie italiano ha superato di netto l’amore in cima alla lista degli argomenti preferiti, è sviscerata nello stile della band, cioè senza mai sottrarre la faccia ai pugni.

Le storie che finiscono male modera in parte i termini, dal punto di vista sonoro, pescando qualche ispirazione dalla new wave, mentre il testo può ricordare una prima pagina di cronaca, per lo più nera.

Arriva poi Il primo maggio, altro racconto blasfemo e arrabbiato, con pieghe inaspettate e un panorama sonoro forte, intenso e incalzante.

Per non morire di vecchiaia conserva e conferma sonorità dirette a parte qualche ansa di meditazione cupa, alternata alle classiche sorprese ironiche.

C’è spazio per la ricerca ne Il mio giovane e libero amore, basata su un testo originale di uno scritto anarchico del 1921 (ma potrebbe essere il 2021: il linguaggio è contemporaneo, le battaglie che conduce anche). Una ragazza che rivendica la possibilità di fare ciò che vuole di se stessa e del proprio sesso, senza curarsi di ciò che dice la gente.

E’ lo sport e ciò che lo circonda al centro de Il campione di sputo, racconto quanto mai attuale, ma scritto con una penna che sembra quella di Bulgakov.

Lasciateci divertire chiude l’album con un elenco di contraddizioni che si può accogliere come un’autoassoluzione o come l’ennesimo sberleffo del disco.

Questo disco colpisce come un cazzotto o come un blitzkrieg: veloce e forte, con testi sempre ispirati e un suono molto compatto e coerente.

Al contrario di quanto sostenuto da Lasciateci divertire, il disco si dimostra infatti assolutamente lineare, levigato in modo perfetto sia se lo si volta dal lato della musica sia se si appunta la propria attenzione soltanto sui testi, cattivi, appuntiti e in grado di canalizzare l’ira.

E se decidiamo di dare per scontate caratteristiche come l’attenzione alla realtà contemporanea e l’ironia feroce, va sottolineato anche il modo con cui la band affronta questioni di non ristretto respiro, come la tematica religiosa (con l’inferno citato spesso, il rapporto, leggermente conflittuale, con la divinità e il clero, perfino Adamo ed Eva citati nella presentazione del disco).

Sempre presenti nei testi acume e intelligenza, forse si poteva osare qualcosa di più sperimentale sul lato sonoro, ma sono davvero dettagli. L’attesa era giustificata e non è stata delusa.

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