Alessandro Aruta: nella musica non esiste davvero un punto di arrivo

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Alessandro Aruta è un cantautore che ha costruito la sua carriera con costanza, passione e autenticità. La sua musica nasce da una necessità interiore, un percorso in cui ogni nota e ogni canzone raccontano un frammento della sua esperienza artistica. In questa intervista, Aruta ripercorre le tappe principali della sua crescita musicale, riflette sul concetto di gavetta, sulle sfide tra autenticità e visibilità, e condivide il suo punto di vista sul rapporto tra musicista, pubblico e mercato.

Hai suonato e lavorato nel mondo della musica per molti anni: guardando indietro, qual è stato il momento in cui hai capito che il tuo percorso stava diventando una vera e propria carriera e non più una gavetta continua?

In realtà non c’è stato un momento preciso. Oserei dire che è successo dal primo giorno, da quando le note stonate che uscivano dalla mia chitarra hanno iniziato a trasformarsi in musica, in armonia. Da allora mi sono sempre sentito un musicista. Non nel senso di uno “arrivato”, ma nel senso di qualcuno che ha scelto quella strada e non ha più smesso di seguirla. Con il tempo però capisci una cosa importante: nella musica non esiste davvero un punto di arrivo. La verità è che il traguardo non è la meta, è il percorso. Se smetti di goderti quello, smetti anche di essere un musicista.

Oggi si parla spesso di “fine della gavetta” nel senso di quando un artista può considerarsi davvero affermato. Cosa significa per te la gavetta e credi che ci sia davvero un punto in cui finisce, oppure è parte integrante della vita di un musicista?

Io credo che non si finisca mai davvero di fare gavetta. La parola “carriera” è molto affascinante, ma anche un po’ rischiosa, soprattutto quando la musica non è qualcosa che riesce a sostenerti economicamente in modo stabile. Quello che posso dire è che per me oggi la musica non è più soltanto una passione o un hobby da dopolavoro. È diventata un bisogno quasi fisiologico. Un’ossessione, nel senso più positivo del termine. E quando ogni tanto arrivano dei risultati, piccoli o grandi che siano, la soddisfazione è enorme. È una delle sensazioni più appaganti che conosca.

Nella tua esperienza hai mai sentito di dover fare compromessi stilistici o artistici per ottenere visibilità o avanzare nella carriera? Come bilanci autenticità e esigenze di mercato nel tuo lavoro?

Sì, mi è successo più di una volta. Alla fine degli anni ’90 avevo una band che si chiamava Noises Off. Suonavamo in inglese e avevamo un’identità molto precisa. Un produttore venne ad ascoltarci e il suo giudizio fu molto diretto: “Siete troppo impegnativi per il mercato italiano. Perché non cantate in italiano?” Abbiamo provato a farlo, ma abbiamo capito subito che stavamo snaturando il progetto.

E quella è stata la fine della band. Anche dopo il ciclo di vita del mio album Tempo e Rimedi ho provato a cambiare rotta per avvicinarmi a un linguaggio più contemporaneo. Ma alla fine ho capito una cosa molto semplice: se non sei te stesso, magari guadagni qualche possibilità in più di visibilità, ma perdi la cosa più importante: la verità della tua musica. E senza quella, tutto il resto serve a poco.

Il pubblico e la critica spesso discutono le vittorie di Sanremo e il valore artistico dei vincitori: secondo te, quanto contano i gusti della giuria, del pubblico e la tradizione musicale italiana rispetto a una visione personale e originale dell’autore? E come ti posizioni tu rispetto a questo equilibrio?

Il dibattito fa parte della natura stessa di Sanremo. È quasi parte dello spettacolo. Ogni artista arriva al festival con un obiettivo diverso: c’è chi cerca visibilità, chi punta alla hit radiofonica che ci accompagnerà fino all’estate, chi vuole rilanciare la propria carriera e chi cerca una consacrazione definitiva. Il risultato finale è sempre un compromesso tra quello che piace al pubblico e quello che decide la giuria.

A volte il pubblico sembra aver già scelto il vincitore dalla prima serata, altre volte il peso della giuria diventa decisivo. Personalmente ho sempre pensato che Sanremo sia prima di tutto un grande spettacolo televisivo, con tutte le dinamiche che questo comporta. La musica, oggi, è anche questo.

Pagina Instagram Alessandro Aruta

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