AMarti, “Madre”: la recensione

AMarti

AMarti presenta l’album Madre, fuori su tutte le piattaforme digitali e in carta piantabile, una scelta eco-sostenibile ed eco-consapevole, un modo per ringraziare la natura per essere stata fonte ispiratrice di questo personale e intimo progetto.

Dopo l’esperienza di Musicultura nel 2023, in cui è stata tre le otto vincitrici, ha deciso di proseguire la sua sperimentazione sonora, abbracciando un ambient e dream pop con venature elettroniche, anche grazie all’incontro artistico con il produttore Andrea Di Giorgio, esperto in sintesi analogica e modulare ed elettronica.  

Otto brani che non sposano le mode del momento ma che nascono da un’esigenza comunicativa e da un periodo di crisi di identità, con la musica che è stata la risposta per ritrovare un proprio posto nel mondo ed equilibrio. La cantautrice ha sentito il bisogno di tornare nella casa di famiglia per intraprendere un percorso di introspezione che l’ha portata ad affrontare problemi irrisolti, a guardarsi dentro.

AMarti traccia per traccia

Si fluttua in ambienti liquidi (e presumibilmente amniotici) in Ombra, che apre il disco con modalità molto morbide. Il brano emerge alla luce in una seconda parte imprevedibilmente rock, animata da un drumming robusto e con una vocalità che mantiene colori soul ma che si alza ad altezze notevoli.

Molto più contenuta, sia per modi sia per tempi, la soffice e acustica Che senso ha, che allunga i vocalizzi all’inseguimento di una sofferenza manifesta.

Parte poi la lunga Echi, che arpeggia prima con cautela e poi con decisione. Quando entra la voce è eterea e quasi trasparente. Poi arriva il vento e porta con sé un turbinio importante e risonanze orientali e desertiche. Dopo momenti convulsi, ecco una discesa morbidissima, con la chitarra che accompagna con calma.

Percussiva e rimbalzante, ecco poi Libertà, quasi un rap su basi soltanto di drumming, a mettere ancora meglio in evidenza voce e testo. Il brano diventa più acuto, quasi isterico, in un finale estremizzato e ipnotico.

Quasi straziante, ecco poi Te ne vai, che leva un grido parlando di amore, di fango e di acque chiare. Un interrogativo (“io non so cosa sono senza di te“) spezza in due il brano.

Tocca alla title track Madre, che parte a cappella parlando di tentativi di salvataggio e auto-salvataggio, piuttosto comuni in ambito famigliare. Anche qui le vocali si allungano a raccontare un’attesa e un rapporto evidentemente complesso.

Senza attinenze alla band omonima, The cure parla (in inglese) di cura, e lo fa in modo etereo, almeno sulle prime, con un senso della melodia diffuso. Dolce e sommessa ma con una richiesta alla base, ecco l’ultimo brano del disco, Rimani.

Disco notevolissimo e molto coraggioso quello di AMarti, che guadagna un posto fra i progetti sperimentali più interessanti di questo periodo: con grande libertà e pochissimi confini, l’artista esplora i suoni e li rende propri, senza dimenticare di scrivere testi profondamente intimi. Un’ottima scoperta.

Genere musicale: ambient

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