Antonio De Carmine Principe firma O Mare ’E Faccia, un brano che si colloca come passaggio centrale nel percorso che conduce al suo primo album Le Canzoni del Maschio Angioino. La canzone si muove su un terreno dichiaratamente identitario, ma evita la retorica celebrativa, scegliendo invece una prospettiva critica e personale sul rapporto tra Napoli e chi la abita.
O Mare ’E Faccia prende forma come risposta diretta agli stereotipi che, nel tempo, hanno ridotto la città a una rappresentazione semplificata e folkloristica. La scrittura rifiuta l’immagine oleografica e mette a fuoco una Napoli attraversata da contraddizioni, ferite e responsabilità interne, senza sconti né assoluzioni preventive.
Napoli oltre gli stereotipi mediatici
Il testo individua nel conflitto interno uno dei nodi centrali del racconto urbano. L’idea che il nemico della città possa annidarsi al suo interno diventa chiave di lettura di una narrazione che denuncia l’umiliazione culturale e sociale subita nel tempo, spesso amplificata da media, cinema e musica. Principe smonta la maschera “pulcinellesca” e restituisce una città complessa, stratificata, lontana da caricature e semplificazioni.
La lingua napoletana non è utilizzata come colore locale, ma come strumento espressivo pienamente consapevole, capace di sostenere un discorso politico e culturale senza mediazioni.
Memoria personale e dichiarazione d’amore
Accanto alla dimensione critica, O Mare ’E Faccia si rivela anche come atto di riconoscenza. I versi attraversano l’infanzia, la famiglia, le prime esperienze sentimentali e i rituali quotidiani, componendo una mappa emotiva in cui Napoli è insieme città antica e realtà sempre nuova. La memoria individuale diventa spazio condiviso, capace di restituire un senso di appartenenza non legato a un quartiere o a uno slang specifico, ma all’idea di città nella sua interezza.
Napoli emerge come creatura viva, mutevole, sacra e profana allo stesso tempo, osservata da chi la attraversa senza mai possederla del tutto.

