Eyes Be Quiet: dentro “Una stanza vuota”, tra atmosfere e spazi sonori

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Una stanza vuota è il primo album degli Eyes Be Quiet: una metafora semplice che unisce ambient, alternative e suggestioni rarefatte. In questa intervista, il duo racconta il processo creativo dietro il disco, dall’idea iniziale alla produzione in studio, l’incontro con Bradipo Dischi e la gestione autonoma di un progetto indipendente, svelando come la cura per gli spazi, il silenzio e gli arrangiamenti minimali sia diventata parte integrante della loro identità musicale.

Una stanza vuota è il vostro primo album. In quale momento avete capito che i brani che stavate scrivendo avevano una coerenza tale da diventare un disco vero e proprio?

È stato durante la fase di produzione. All’inizio stavamo lavorando ai brani senza preoccuparci troppo di che tipo di output avremmo avuto, ma riascoltando poi i pezzi nel loro insieme ci siamo resi conto che avremmo potuto farne un album e abbiamo iniziato a ragionare in quella direzione.

Il vostro suono si muove tra ambient, alternative e momenti più rarefatti. Come nasce un vostro brano in studio: da un’idea sonora, da un testo o da una suggestione più emotiva?

Di solito parte da una suggestione emotiva precisa che poi si sviluppa in un’idea di songwriting. Una volta a buon punto iniziamo a confrontarci e a trovare elementi che possano valorizzare e accompagnare al meglio il pezzo, spesso ragionato sul live, per poi passare alla produzione totale del brano in studio.

Nei pezzi si percepisce molta attenzione agli spazi e alle atmosfere, quasi come se il silenzio avesse lo stesso peso degli strumenti. Quanto è stato importante lavorare sulla sottrazione e sugli arrangiamenti minimali?

Il lavoro per sottrazione è stato fondamentale per i nostri arrangiamenti: ci teniamo a evitare di avere un suono overprodotto, e ogni elemento presente nel brano deve avere la sua importanza e il suo carattere, senza diventare un semplice riempitivo. Riteniamo essenziale per la resa sonora e emotiva del brano che i brani possano respirare e che chi ascolta lo faccia insieme a loro.

Con questo ep inizia anche il vostro rapporto con Bradipo Dischi. Come è nato l’incontro con l’etichetta e cosa ha portato concretamente al progetto?

È stato un incontro molto spontaneo e umano. Inizialmente li avevamo contattati per suonare al loro format Musica Bella Sfusa: il progetto gli è piaciuto e siamo stati invitati a esibirci. Proprio quella sera abbiamo avuto modo di conoscerci meglio e, nei giorni successivi, gli abbiamo fatto ascoltare le prime demo dell’album. Ne sono rimasti colpiti e ci hanno proposto di pubblicarlo con loro. Da lì è nato un rapporto bello, sia dal punto di vista lavorativo che umano.

Essere un progetto indipendente oggi significa spesso fare molto più che scrivere musica. Oltre alla parte creativa, di che cosa vi trovate a occuparvi direttamente per far vivere il progetto Eyes Be Quiet?

Ci occupiamo praticamente di tutto il resto, ed è allo stesso tempo una gioia e una fatica. Dalla gestione dei social alla ricerca delle date, fino alla realizzazione delle grafiche: da un lato è bello perché rende il progetto ancora più nostro e autentico; dall’altro, diventa complicato riuscire a gestire tutto insieme alla vita di tutti i giorni e al lavoro.

Ora che il primo album è fuori, che cosa avete capito di voi stessi come progetto durante questo percorso? C’è qualcosa che vi ha sorpreso nel passaggio dalle prime idee alla pubblicazione?

Pensiamo che questo percorso ci abbia aiutato a capirci meglio, sia a livello umano che artistico, e a mettere a fuoco il sound e la direzione che ci rappresenta e che vogliamo continuare a sviluppare. Non parliamo di sorpresa nella creazione dell’album, perché abbiamo dato ad ogni brano il tempo di cui aveva bisogno, esplorando le possibilità con calma, pezzo dopo pezzo, con cura e attenzione.

Pagina Instagram Eyes Be Quiet

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