A tre anni dall’esordio solista, Jim Mannez torna con Folk Caverna, un nuovo lavoro all’insegna del folk statunitense rielaborato con gli occhi di chi ha vissuto sin da piccolo fra punk e cantautorato italiano. Il risultato è un insieme di dieci canzoni che rielaborano i concetti e i temi quotidiani di un musicista alla
soglia dei quarant’anni: la casa ristrutturata, il lavoro, la malinconia di un passato che forse non c’è più, la
relazione di coppia, la musica, gli ideali e la politica.
A livello musicale ciò è stato possibile grazie all’aiuto di due musicisti (Marco Parimbelli,
già Verbal e Open Orchestra, e Roberto Frassini Moneta, tuttofare del mondo jazz e rock orobico), che
hanno impreziosito il semplice mondo sonoro ideato da Jim con la loro maestria, pur non snaturandone
l’essenza. Preziosissimo l’aiuto di Andrea Piccoli in sede di registrazione e di Gregorio Manenti a mix e
master, per una resa sonora più sincera e vera possibile.
Jim Mannez traccia per traccia
Il disco si apre con la corale e piuttosto caotica casa-mente-corpo, alla ricerca di una logica su suoni che immergono subito nella quota “Americana” del disco.
Una vocalità che non può non far pensare a Rino Gaetano si dispiega su Quotidianità, sorretta ancora dalla chitarra acustica e dagli echi folk-western, per raccontare un uragano che diventa sorriso.
Occhi che brillano di lacrime aprono Ottobre, che procede lenta ma ricchissima di intensità. Arrivano anche gli archi per sottolineare un climax che scala le emozioni e si fa sempre più struggente.
Si recupera il buon umore, anche se per poco tempo, con Rock’n’roll della fragilità e dell’appartenenza. Che lascia presto spazio all’urlo di Stato, che si pone una serie di interrogativi retorici su ciò di cui presumibilmente la classe politica si rende conto o meno. Il che presupporrebbe che detta classe politica sia in qualche modo interessata alle vite dei governati. Beata innocenza.
Parla di rivoluzione Era un giorno di pioggia…, per raccontare un incontro e una relazione con una ragazza convinta dei propri ideali ma molto delusa dall’epoca e dalla società in cui viviamo, che presumibilmente perdura tutt’oggi.
C’è un altro incontro in Il primo giorno della mia vita, più placida nei modi e semplice nelle richieste. Molto più sofferta It’s Christmas, che ha poco di natalizio a dispetto del titolo. Le influenze internazionali si convogliano in pennate di chitarra ruvide e convinte.
Fra le cose che si comprendono con l’età c’è la scarsa utilità delle chitarre elettriche, almeno secondo il punto di vista di chi ha scritto Viva l’unplugged, sorta di metacanzone che parla di se stessa ma che suppongo funzioni bene anche come libretto d’istruzioni nei live.
A chiudere un ringraziamento sotto forma di canzone: La più bella imperfezione è un pezzo per piano e voce, che si alza a celebrare il proprio rapporto. Le brutture del mondo non entrano nella stanza da letto, e la relazione è l’unica bolla nella quale rifugiarsi.
Senza eccedere in zucchero, il disco di Jim Mannez suona piuttosto gioioso, a dispetto di tutto. Sia per scelte sonore, sia per qualche testo, almeno fra quelli non incazzati. E quando non suona gioioso regala comunque qualche speranza, il che oggi come oggi è un’impresa e una sorpresa. Ottimo lavoro, godibile e interessante dall’inizio alla fine.

