Un processo fatto di tentativi, errori e finalmente percorsi che si imboccano in maniera corretta. La costruzione di un progetto artistico è complessa, anche se i risultati possono sembrare molto lineari: Lokomorf è un progetto che nasce intorno a Rod Catani, pistoiese trasferitosi a Valencia, che insieme ad altri musicisti ha pubblicato il disco d’esordio, 36AM. Lo abbiamo intervistato.
36AM segna l’inizio ufficiale dei Lokomorf. Come hai trasformato un progetto nato in solitaria in una band vera e propria, con una identità collettiva?
Si è trattato di un processo spontaneo, complesso ed estremamente gratificante, innescato dal fatto che mano a mano che i brani prendevano forma in studio la passione che alimentava il progetto e la risultante soddisfazione personale andavano aumentando; formare il gruppo è la risposta tanto al desiderio di portare questa musica al pubblico quanto alla necessità di essere parte di un’unità creativa per ottenerne insieme una nuova e originale per il futuro.
L’album è ricco di riferimenti stilistici molto diversi tra loro, da Battisti ai Nirvana, da Battiato ai Motorhead. In che modo sei riuscito a dare coerenza a un mosaico sonoro così variegato?
La sequenza dei brani è l’elemento chiave in questo senso e ci sono voluti infiniti ascolti, prove, cambi e correzioni per arrivarci, incluso l’esclusione di un brano che alla fine non ha trovato la propria ubicazione. Una volta stabilita la tracklist si è trattato di calibrare inizi, code e transizioni fra i brani con l’obiettivo di rendere il percorso più agevole.
Alcuni brani, come Holefatto o Komplexo di superiorità, sembrano nascere da emozioni molto viscerali e personali. Quanto c’è di autobiografico nei testi?
I testi sono tutti autobiografici, alcuni più letteralmente di altri ma si rifanno tutti senza eccezione al vissuto personale, a storie e sensazioni che attraverso la scrittura e l’associazione alla musica vengono sviscerate, ricontestualizzate, reinterpretate e per molti versi assimilate; una forma di auto-analisi.
La tua esperienza a Londra e a Valencia ha inciso sul suono e sulla mentalità del progetto. Quali differenze percepisci tra l’ambiente musicale italiano e quello internazionale?
Vivere e suonare a Londra – a mio avviso uno dei catalizzatori di cultura a livello globale – mi ha permesso di entrare in contatto diretto con percorsi di vita e musicali radicalmente diversi dal mio, ampliando il mio bagaglio personale e dandomi l’impulso per dare forma al mio universo musicale attuale a partire dalla base che mi portavo dall’Italia; Valencia da questo punto di vista ha aggiunto qualche nuovo e originale elemento al mix.
In “36AM” emergono collaborazioni come quella con Ana Felip Vidal e Luis Martinez Marco. Come sono nati questi incontri e quanto hanno influenzato il risultato finale?
Luis è stato il primo che ho trovato su internet quando ho iniziato a muovermi, un colpo di fortuna incredibile dato che si tratta di un produttore di talento con gusti affini ai miei, un gran chitarrista e che oltretutto dispone di uno studio di registrazione stratosferico; il suo contributo alla realizzazione di 36AM è difficile da stimare. Ana la conosco da tempo e quado si è trattato di dare voce a Cose Sbagliate è stata la scelta ovvia, anche per via della lingua.
Ora che l’album è uscito, quanto è importante per te portare dal vivo queste canzoni e trasformarle in una nuova esperienza condivisa con il pubblico?
È la priorità assoluta: la musica è per sua natura un’esperienza sociale che credo debba essere valutata in base alla sua capacità di coinvolgere e generare emozioni nel pubblico, grande o piccolo che sia; riuscire a creare una situazione di interscambio emozionale attraverso la musica dal vivo è una esperienza magica e non-scontata, indubbiamente una delle fonti della motivazione necessaria ai musicisti per continuare a comporre.
