Marta Del Grandi, “Dream Life”: la recensione

marta del grandi

Tre anni dopo Selva, Marta Del Grandi completa il suo ritorno con Dream Life, terzo album della sua carriera sempre più difficile da ignorare. Dieci tracce che virano intenzionalmente e in maniera corposa verso un pop internazionale sofisticato ma di ascolto semplice, con una copertina per certi versi enigmatica.

La “vita da sogno” di Marta si sviluppa su 36 minuti di musica non sempre e non necessariamente sognanti, ma ricchi di un dettagliato discorso sonoro capace sicuramente di trasportare in altre dimensioni, oppure di far capire meglio quella in cui viviamo.

Marta Del Grandi traccia per traccia

Partenza morbida e anche giocosetta, se ci si limita ai suoni delle tastiere, per You could perhaps, che apre il disco con una tranquillità parzialmente minata dai rimbalzi della batteria, che entra e costruisce un loop, su cui si innestano morbidamente poi altri suoni, ad allargare le sensazioni.

Soffice anche l’aria e il cantato di Dream Life, la title track: una vita da sogno è raccontata con i modi dell’alt-pop internazionale, con qualche memoria anni Novanta e una voce che abbraccia.

Più elaborata, a livello di suoni, Antarctica, che flirta con il jazz mescolando gli elementi. Il sapore è quello di un divertissement serio, con voci che si sovrappongono e piccoli elementi sonori che si trovano esattamente lì dove si devono trovare.

Tranquillità maggiore, ma anche più cupa, quella che si incontra in 20 Days of Summer, capace di una tensione calma ma punteggiata di piccoli glitch continui. Il finale si fa ancora più dilatato e curioso.

Un po’ a salire Alpha Centauri, piccolo decollo fantascientifico gentile, con estetica lo-fi ma senza lesinare sugli strumenti, fiati compresi. Le emozioni si allargano comunque, con un senso di inevitabilità generale e con un fascino vintage o, più probabilmente, senza tempo.

Si esce in campi più rarefatti con Shoe Shaped Cloud, decisamente più minimale nei suoni. Qui la malinconia domina senza particolari travestimenti, seguendo un passo cadenzato che tuttavia anche in questo caso porta ad allargare i suoni e la voce, fino a traguardi che sanno di cosmico.

E si riparte da sensazioni simili, solo decisamente più ottimiste, con Neon Lights, che presto si immerge in idee più elaborate, che sanno quasi di progressive, con chitarre elettriche che stridono in sottofondo.

Suoni e voci in ordine apparentemente sparso danno vita a Gold Mine, intermezzo breve prima della solennità di Some Days, insieme a Fenne Kuppens. Le due voci si succedono, in un discorso piuttosto drammatico. Un dramma composto, camminato, asciutto ma non per questo meno intenso, con un testo che non sfigurerebbe se cantato da Tom Waits o PJ Harvey. O da Tom Waits e PJ Harvey.

A chiudere, l’invocazione di Oh My Father: la domanda è se si è troppo avanti con l’età per essere spaventati e perduti. In un mare in cui tutti fatichiamo a navigare, la voce di Marta si muove con cautela ma anche con consapevolezza gentile, per un congedo morbido dal disco.

Ci vorrebbe un metro internazionale per giudicare il nuovo disco di Marta Del Grandi perché è del tutto evidente che ormai i canoni italiani non bastano più: matura la scrittura, matura la produzione, mature le ambizioni per andare un po’ più in là dei confini patri.

E non è per denigrare le orecchie italiane, ma è proprio perché è così grandioso avere da condividere anche con ascoltatori non “di casa” la qualità di un’artista che, con pazienza, spesso sottovoce, sta conquistando spazi e attenzione proporzionali ai propri meriti. Senza scorciatoie, senza esagerazioni e rispettando sempre i propri ascoltatori. Che, si spera, si moltiplicheranno sempre di più.

Rispondi

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi