Segni sulla pelle, fragilità che si trasformano in storie: sono i nei, piccole cicatrici emotive e fisiche che diventano il filo conduttore del primo album di Martina Vinci, pubblicato il 28 novembre. Nove tracce di indie pop e alt pop che non nascondono nulla, ma raccontano, feriscono, guariscono e restano.
Il disco è costruito come un percorso emotivo: ogni canzone è un piccolo frammento di vita, un punto su una mappa personale che parla di vulnerabilità e di luce. Al centro, pelle viva è il battito del progetto, un brano che esplora la sensazione di stare al mondo senza filtri, sentire tutto sulla propria pelle.
Intorno al disco, Martina ha sviluppato anche il progetto “Qual è il tuo neo?”, una serie di interviste in cui artisti e persone comuni hanno condiviso le proprie fragilità. Le loro confessioni diventano segno, un interludio del disco che fonde voci, respiri ed esitazioni, creando una sorta di piccola costellazione emotiva all’interno del percorso sonoro.
Prodotto da Martina insieme a Ginevra Nervi, Gianmarco Grande, Filippo Passamonti, Nati, Simon Bayle e Colombo, con la collaborazione alla scrittura di Kaput, Carolina Da Siena, Chiara Cavazzon, Camilla Capolla e Kuban, nei mescola elettronica delicata, minimalismo emotivo e improvvise aperture melodiche. L’unico ospite esterno è Kuban, in tsunami, traccia che si muove come un’onda lunga, capace di ribaltare e riportare a galla.
Parliamo di primo disco, ma non sei certo una “novellina” della musica. Come è stato scegliere i brani in mezzo alla tua produzione?
C’è stato un momento preciso, uno spartiacque che normalmente definiremmo un fallimento, ma in realtà mi è servito a tirare fuori quello che avevo davvero bisogno di dire in queste canzoni. Ho scritto tanto e l’ho “tenuto nel cassetto” finché non è praticamente esploso. Alcune canzoni si sono scelte da sole. Altre, andando avanti con la scrittura, hanno lasciato il posto a nuove consapevolezze e spaccati di vita.
Il titolo del disco, nei, rappresenta un punto debole che diventa unico. Qual è il tuo neo?
Be’, sicuramente tutte le canzoni del disco sono a loro modo un “neo” che ho attraversato o continuo ad attraversare. Forse però il mio neo più evidente, che unisce un po’ tutti i puntini, è il mio rapporto complicato con la leggerezza. Vorrei saper essere molto più leggera, prendere le cose diversamente, dargli il peso che hanno. Invece tendo a cercare a tutti i costi i sottostrati, che a volte fanno sembrare affascinanti le personalità problematiche nel tentativo di comprenderle.
Oppure mi interrogo per giorni su un mio comportamento avuto a causa dell’ansia, che magari non mi ha fatto dire o fare qualcosa nel modo in cui avrei voluto e ci metto un sacco a rendermi conto che ormai quel momento è passato, è solo nella mia testa e posso tranquillamente lasciarlo andare e andare avanti, la prossima volta andrà meglio. Questa tendenza mi fa mettere in discussione costantemente, a volte mi fido più di una critica, che di un complimento sincero.
Le tue parole colgono sfumature personalissime che si mescolano con il vissuto di chi ascolta. Come vivi il tuo processo creativo?
Innanzi tutto grazie, perché è una cosa a cui tengo moltissimo, ma non dò mai per scontata. Il fatto che qualcuno a fine concerto con gli occhi umidi venga a dirmi “Marti quella frase mi ha ricordato tantissimo quest’esperienza della mia vita…” o “Ogni volta che le ascolto arrivano dritte allo stomaco come fosse la prima”, trattandosi di brani in cui parlo di scorci di vita ed esperienze personali, lo trovo sempre incredibile.
Forse ci speravo, ma, sai, ti metti a nudo come viene, senza calcoli, poi non sai che succede quando qualcuno ti ascolta davvero. È bello scoprirsi simili anche se abbiamo attraversato strade, persone, dolori diversi. Credo sia il motivo primario per cui raccontiamo, scriviamo, leggiamo, cantiamo: entrare in contatto, sentire che le nostre emozioni non sono solo nostre, trovare quali anime risuonano con noi.
Le sonorità che accompagnano le parole sembrano seguire i pensieri, spesso accarezzandoli. Nascono prima le parole o la musica nei tuoi brani?
Non c’è uno schema. A volte nascono insieme e si richiamano a vicenda. Mi è successo con corpo a corpo e parole di troppo, che ho proprio buttato fuori in pochissimo con voce e strumento, è venuto tutto insieme melodia, accordi, testo (e sofferenza! :D). Altre volte ho qualche appunto o un’idea sull’argomento e da lì parte tutto, come per esempio io non sono io di cui in un viaggio in macchina avevo buttato giù come un flusso di coscienza il testo, ma poi ha necessitato di tanto tempo prima di trovare la giusta veste di produzione. Altre ancora magari parto da un’atmosfera, un beat, un giro di accordi.
Lavori anche con tanti artisti come autrice, quali sono secondo te gli elementi imprescindibili per poter fare musica oggi, quando tutto è più “accessibile” rispetto al passato?
Credo che l’autenticità si riconosca sempre. Anche in mezzo alle mode che cambiano, alle canzoni usa e getta, alla visibilità e ai numeri, l’autenticità trova il suo spazio. Non a caso sia all’estero sia in Italia stiamo ascoltando, sempre più su larga scala, musica con radici non propriamente mainstream: Raye, La Niña, Daniela Pes, Giulia Mei, l’ultimo album di Rosalia, per fare solo alcuni esempi.
Che progetti hai per il futuro? Ti vedremo live?
Certamente, nel 2026 ci troveremo ancora live a suonare “nei” (ci saranno anche i vinili con gli scatti stupendi di Emanuela Bava e le grafiche di Federico Ghillino) e per tutto dicembre continueranno a uscire gli episodi di “Qual è il tuo neo?”, il podcast in cui amici, conoscenti e passanti si sono messi a nudo raccontando la propria storia e i propri “nei”.

