Miracoli, Catrame è il nuovo disco di Mormile: un lavoro intimo e coerente che esplora il rapporto con se stessi come filtro per leggere il mondo esterno. Nove tracce che si muovono tra funk ed elettronica, sostenendo una scrittura diretta, simbolica e personale.
Miracoli, Catrame è un viaggio interiore fatto di contrasti, ambizione e fragilità. Ne parliamo con Mormile, approfondendo la genesi del disco, le sue molteplici anime e il percorso creativo che ha dato vita a questo progetto.
“Miracoli, Catrame” è un titolo che parla di ambizione pura e squallore mortificante che convivono in te. Ma nella vita vera, fuori dalla musica, come si manifesta questa lotta tra l’ambizione e lo “squallore”? E com’è stato gestirli in studio?
Semplicemente accettando la nostra natura di umani, miserabili, fallibili, ma capaci di realizzare grandi cose con l’ingegno e coraggiosi al punto di tuffarsi nell’ambizioso ma illusorio sforzo di sublimarsi attraverso l’arte.
Le registrazioni di questo album in studio sono state tutte connotate da un certo entusiasmo e divertimento nel farlo, quindi per questa volta sono riuscito a tenere fuori tutto il resto.
Hai detto che l’album è molto incentrato sul rapporto con te stesso, sullo “specchio” come filtro per il mondo. Ma in pratica, cosa vedi quando ti guardi in questo specchio? C’è un brano, oltre all’intro, dove l’immagine riflessa ti ha dato una scossa più forte e ti ha fatto scrivere il testo in un certo modo?
Dico spesso che Fried Chicken è il brano in cui sono riuscito a immortalare meglio “Paolo”, quindi ho messo in scena la mia quotidianità provando a metterla su un piano astratto. Di base quello che vedo nello specchio dipende da tanti fattori, in particolare dal mio umore, come penso sia per tutti. Poi quello che vedo lo declino in varie sfaccettature e con vari approcci.
Nell’album ci sono tante sfaccettature di te: il Mormile melodico-pop, quello che ama il groove e il sound figo, e il cantautore che scrive di pancia. In questo momento, quale di queste “anime” ti sta dando più soddisfazione o, al contrario, ti ha fatto sudare freddo per trovare la tua vera identità?
Penso che quello che mi dà più soddisfazione è vedere nel complesso il linguaggio che sono riuscito ad ottenere ibridando questi tre fattori.
Parliamo delle “gemelle,” LTMTV e Moquette Blu: raccontano lo stesso casino interiore ma con vesti completamente diverse. Perché hai sentito il bisogno di sdoppiare quel disagio in due canzoni? E la musica, che è dance-elettronica da una parte e più “inno” dall’altra, ti ha aiutato davvero a buttar fuori tutto?
Semplicemente le ho scritte nello stesso periodo più o meno ed evidentemente non riuscivo a pensare ad altro. Semplicemente una è più descrittiva (LTMTV) l’altra (MOQUETTE BLU) invece prova ad esorcizzare questo conflitto in modo più scanzonato. Credo che in entrambi i casi sia stato utile oggettivizzare questo conflitto tirandolo fuori.
MARÌ (poltrona in pelle verde) è un pezzo funky e figo, dove questa figura di Marì arriva a salvarti da una “poltrona in pelle verde in un campo minato”. Marì chi o cosa rappresenta? E qual è il vero rischio di stare troppo comodo su questa poltrona in quel campo minato?
“Marì” è una figura salvifica che può rappresentare tante cose, un gancio che può tirarti fuori dai tranelli della mente. Probabilmente può anche essere una parte del soggetto seduto sulla poltrona che per soggiogare la mente si inventa questa figura. Mi piaceva giocare su questa simbologia.
Il vero rischio è il continuo sabotaggio o il privarsi di esperienze, di stare alle congetture che ci creiamo da soli.
Hai messo insieme canzoni scritte tanto tempo fa con altre recentissime. Qual è la traccia che ti ha fatto impazzire di più, quella con la storia più lunga o più travagliata? E cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere tra il primo e l’ultimo pezzo di questo disco?
Probabilmente Comiche annate cosmiche è quella su cui c’è stato più lavoro nell’arrivare a quello che volevo intendere col brano, ha passato diverse fasi di stesura ma devo dire che sono molto soddisfatto della forma finale. Una cosa che non dico spesso è che la seconda strofa era inizialmente pensata per un altro brano, che poi non è più uscito.
Avevo in mente di dare alla strofa una metrica più serrata e che fosse come un flusso di coscienza e ho fatto questa operazione alla Frankenstein che mi ha convinto da subito, Successivamente ho cambiato un po’ di parole che calzavano meglio.
In Fried Chicken c’è l’idea di un masochismo che è quasi piacevole, come “mangiare pollo fritto fino a star male” solo per sentirsi vivi. Oltre a questo, c’è stato un momento nella creazione dell’album in cui ti sei concesso un atto di “masochismo piacevole”? Tipo una scelta folle in studio che però ti ha svoltato il pezzo?
Probabilmente il riff di tromba in LTMTV è uno degli elementi più dirompenti nel disco. Quel brano, come Marì ha una struttura atipica e mi serviva un elemento forte ed estraneo al contesto che potesse dargli la sterzata giusta.
L’album si chiude con la title track, Miracoli e catrame” che sembra un rifugio, un “posto chiuso a chiave” dove scappare. Dopo tutto questo viaggio introspettivo e questi conflitti, chiudere lì è una specie di punto finale e via, si ricomincia, oppure è una vera e propria fuga dal mondo?
Mi piace pensare che sia una vera e propria fuga dal mondo ma purtroppo è impossibile. Diciamo che chiude una parentesi di questo micro-mondo del disco per poi vedere cosa c’è oltre.

