Santamante: la tensione è il filo che unisce tutto

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Con il loro primo album, i Santamante firmano un lavoro compatto e ben congegnato, dove ogni brano dialoga con il successivo creando una struttura narrativa solida. Ecco la nostra intervista con la band.

L’album ha un’intensità costante dalla prima all’ultima traccia. Come avete lavorato per mantenere questa tensione senza perdere controllo?

L’intensità è nata in modo naturale, dal modo in cui ci siamo trovati a suonare insieme. Ogni brano porta con sé un impulso forte, una frizione interna, e mentre li costruivamo ci rendevamo conto che quella tensione era il filo che univa tutto. In studio non abbiamo cercato di addomesticarla: abbiamo lavorato per farla respirare, senza farla esplodere né spegnerla.

Per gli arrangiamenti abbiamo scelto linee chiare, suoni e scelte che non disperdessero l’energia ma la indirizzassero. Ogni elemento è lì per spingere in avanti l’emozione del pezzo. Anche nei momenti più lirici c’è una corrente sotterranea che tiene tutto in tensione. Il controllo, più che un freno, è stato una questione di ascolto reciproco: lasciavamo spazio al caos, ma sempre dentro una forma che riconoscevamo come nostra.

Nel disco si percepisce un’urgenza espressiva forte. Da dove nasce questo bisogno di dire tutto, subito?

Nasce da un momento della vita in cui non volevamo più trattenere nulla. Ogni brano è un’esigenza di dire qualcosa che non poteva aspettare: dubbi, contraddizioni, ferite, desideri che si impongono. Abbiamo scelto di non filtrare, di non smussare, di non rendere tutto più accomodante solo per farlo “funzionare”.

L’urgenza è personale, ma è anche collettiva: mentre componevamo ci riconoscevamo nelle tensioni degli altri, e questo ci ha spinto ad andare ancora più a fondo. È un disco che nasce dal bisogno di essere veri, subito, senza rimandare la complessità al giorno dopo.

Le immagini che usate sono molto concrete, quasi fisiche. Quanto arrivano da esperienze personali e quanto da osservazione?

La scrittura nasce da un intreccio continuo tra vissuto e osservazione. Le immagini più fisiche spesso arrivano da emozioni che abbiamo provato sulla pelle, ma per raccontarle cerchiamo un linguaggio che non sia solo autobiografico: vogliamo che diventi di tutti, che chi ascolta possa riconoscersi nei dettagli, nelle sensazioni, nei gesti.

Guardiamo molto ciò che ci circonda: persone, dinamiche, fragilità, tensioni quotidiane e lo trasformiamo in immagini che possono essere intime ma anche condivise. Ci piace che il corpo, il movimento, la materia entrino nei testi, perché l’emozione diventa reale quando la senti fisicamente.

Qual è stato il momento in cui avete capito che Santamante era pronto per uscire?

C’è stato un momento preciso: quando, riascoltando la sequenza definitiva, abbiamo sentito che il disco raccontava un percorso compiuto. Non perfetto, non levigato ma vero. Ogni brano trovava il suo posto, ogni tensione aveva una ragione, e soprattutto percepivamo un’identità chiara, qualcosa che non aveva più bisogno di essere spiegato.

È stato come riconoscersi allo specchio: “Ok, questo siamo noi adesso”. Da lì abbiamo capito che era pronto a camminare fuori da noi.

Cosa vi augurate che resti a chi lo ascolta per la prima volta?

Speriamo che resti una scintilla di verità emotiva. Che chi ascolta senta qualcosa: un’inquietudine, un movimento interno, una domanda che non aveva formulato. Vorremmo che il disco lasci addosso una sensazione fisica, come quando una frase o un suono ti si pianta dentro e rimane lì.

Se chi lo ascolta entra nel nostro mondo anche solo per un attimo, se ne esce con una sensazione più nitida di sé, allora abbiamo fatto davvero centro.

Pagina Instagram Santamante

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