Dopo l’uscita dei singoli Insetti, Amen e Arianna, Stefano Attuario pubblica “Babele,” album che segna un passo decisivo nella sua evoluzione artistica. Prodotto da Max Zanotti (The Elephant Man, Deasonika, Casablanca), Babele è concepito come un viaggio concettuale attraverso il caos interiore, la fragilità emotiva e la ricerca umana di redenzione.
Con Babele, Attuario conferma la sua capacità distintiva di fondere parole, suono e simbolismo in un linguaggio personale e senza compromessi. Il disco abbandona i confini rigidi dei generi, unendo rock, darkwave e scrittura poetica in un paesaggio sonoro intenso e cinematografico. Strumenti acustici e sintetizzatori convivono in un costante gioco di luci e ombre, riflettendo i temi dell’album: contraddizione, vulnerabilità e trasformazione.
Babel è un impulso personale a scrivere canzoni. Babel rappresenta il mio caos personale, uno stato di confusione e disordine fatto di parole, gesti, immagini e pensieri accumulati nella mia mente, che chiedono libertà in forma scritta e musicale. In questo album ho trovato ordine nel caos, una bellezza nascosta nella dissonanza, dove ogni frammento trova il proprio posto in un quadro più ampio. Non ho pensato allo stile o al genere; ho scritto ciò che volevo, nel modo in cui volevo. È una scelta guidata dalla necessità di esprimere sentimenti e temi più diretti, come nelle canzoni “Insetti,” “Saliva Nera,” “Morfina” e “Arianna,” ma anche di esplorare aspetti più intimi, come in “Amen” e “Marlene”
Stefano Attuario traccia per traccia
Il disco si apre con Insetti, scelta anche fra i singoli di presentazione dell’album, ricca di schermaglie elettriche e sporca di un rock che fa riferimento agli anni Novanta e al post grunge. La voce si insinua negli anfratti e striscia serpentesca fra le sonorità.
In piena dark wave, ecco poi Saliva nera, fitta di percussioni, per narrare un amore oscuro e contrastato. Di scorpioni, sesso e morte ragiona Morfina, altro brano “malato” e raschiante che si confronta con aspetti molto cupi.
C’è maggiore dolcezza in Marlene, anche se anche qui si parla di pistole, coltelli e possibili sacrifici. Ma si torna presto a panorami più aggressivi con 30 denari, tra suggestioni bibliche e immagini più vicine all’incubo che al sogno.
Piuttosto declamatoria, ecco poi Iris, che si fa narrativa e percussiva fin da subito, per dipingere scenari piuttosto bellicosi.
Arianna parla di peccatori e ha riferimenti mitologici, fra lavori di drumming particolarmente evidenti e variegati. I versi inquietanti di un poeta sono al centro di Amen, che ha sonorità che fanno pensare al pop dark internazionale (Depeche in particolare) mentre procede declamando, con una certa ritualità.
Si chiude con sensazioni morbide, regalate da Babele, suonata in acustico e presa da una certa distanza, prima che entri il drumming a ispessire l’aria.
Un lavoro molto coerente e coeso quello che Stefano Attuario consegna alle stampe, sotto una cappa dark molto fitta, ma in grado di lasciare spazio e respiro a testi ben scritti e di qualità.

