Già anticipato dal singolo Tu dove sei, il cantautore e musicista del Teatro alla Scala Roberto Benatti condivide il suo album di debutto dal titolo Aspettando Ribot, fuori su tutte le piattaforme digitali (in distribuzione Artist First). Luoghi periferici e quotidiani, animali (cavalli, strolaghe, vespe), l’Inter e il tennis, figure umane amate, a volte rimpiante. Understatement, sincerità, un velo di malinconia. Roberto Benatti ci offre una sua personalissima autobiografia musicale dal sapore dolce-amaro: Milano, Silvia, il ruolo di padre e molto altro.
Ho vissuto, per tre anni, a fianco dell’Ippodromo di San Siro. Eppure, non so per quale ragione, dalla mia finestra al primo piano, che permetteva di superare con lo sguardo il muro che si alza tra via Diomede e le piste, non si è mai visto un cavallo. Ciò nonostante, ogni giorno, una squadra di operai si dedicava alla cura dell’erba, dei percorsi, degli ostacoli. E pensavo a quanto sia giusto provare a fare le cose bene, pur sapendo che forse il migliore di tutti i cavalli, il cavallo superlativo, non tornerà mai più.
Roberto Benatti traccia per traccia
Si incomincia proprio da Aspettando Ribot, che con voce e chitarra racconta la storia autobiografica che dà il titolo al disco, tra Beckett e il cantautorato italiano.
Airuno tesse altre storie, sempre con una certa calma e semplicità. Personaggi storici sfilano in Una volée, che tenta di correggere ingiustizie storiche con gesti tennistici particolarmente eleganti. La canzone prende direzioni tropicali verso la fine.
Con le seconde voci di Silvia Foti, Tu dove sei acquista invece i retrogusti del folk, per trasmettere sensi di disorientamento. Folaghe e aironi tra i protagonisti de Il valzer degli animali di papà, filastrocca adulta che guarda più indietro che avanti.
Le nebbie padane si stendono su Cernusco, che però parla di bivacchi di montagna, per iniziare a spaziare poi con la fantasia. Dopo l’intermezzo strumentale di Silvia spaesata, ecco QT8 che, per chi non sapesse, è un quartiere e anche una fermata della metropolitana milanese, il che dà la stura a un racconto tra il geografico e l’autobiografico.
Narrazioni industriali e di guerra emergono Dal Po alla Breda, che usa il dialetto per raccontare una storia padana antica. Si fischietta ne La mia parte, che invece parla di personaggi della cultura classica.
Ritorna il quartiere di cui sopra nel Saluto a QT8, che cita Leonard Cohen, trattando l’abbandono della zona di residenza come se fosse una relazione finita. Si arriva alla chiusura con Brivio, altra raccolta di pensieri e sensazioni familiari.
Essenziale nei suoni, il disco di Roberto Benatti si stende con sapori decisamente vintage: un disco da cantautore solo voce e chitarra acustica, come se non ci fosse bisogno di altro. Emerge così con forza soprattutto l’intensità e la creatività di testi ben scritti e intelligenti.

