L’IA è il male. Oppure no, l’IA è il futuro. Oppure no, è qualcos’altro ancora: le opinioni sull’Intelligenza Artificiale, in ogni campo, divergono e vanno dall’entusiasmo al terrore. Ci ruberà il lavoro (dopo “prima gli italiani” ci sarà un “prima gli umani”?) oppure ci offrirà, e forse già ci offre opportunità che possono migliorare la vita?
Un piccolo spazio in questo dibattito ormai universale se lo è ritagliato anche la musica, visto che si teme la proliferazione dell’IA anche tra le sette note, a sottrarre la scena e i quattro spicci lasciati da Ek e compagni ai musicisti. Ma c’è anche chi vede spunti artistici dove altri vedono soprattutto incubi. E’ così che nasce MAIA, la prima o comunque una delle prime artiste virtuali made in Italy, nata dalla mente e dal lavoro di un’artista che, per congiunture di vita, ha deciso di affidare la propria produzione a un’avatar digitale. Cuore è il suo primo singolo e video e noi le abbiamo rivolto qualche domanda (anche in versione video, ovviamente tutta realizzata con IA, qui sopra).
MAIA è una figura musicale che sfida l’idea tradizionale di cantautrice. Come pensi venga recepita da un pubblico abituato alla centralità dell’artista-persona?
MAIA non ha una biografia reale, non ha una storia personale da raccontare. Ma sui social simula un’esistenza, una quotidianità fatta di dettagli lievi, plausibili. Non è un’artista che si espone, ma nemmeno un’entità astratta. È una presenza costruita con coerenza narrativa, che gioca con l’idea di realtà senza mai fingere davvero di esserlo.
Per chi è abituato ad associare l’autenticità all’esposizione personale, può sembrare un cortocircuito. Ma credo che oggi ci sia anche una stanchezza, una sovrasaturazione del “tutto mostrato”. MAIA non vuole riempire quel vuoto, ma offrirne un altro tipo. Una voce senza volto, ma con parole vere. A chi cerca presenza, MAIA non darà molto. Ma a chi cerca una scrittura onesta, forse darà persino di più.
Il progetto nasce da un desiderio di rientrare nella musica senza dover tornare a esporsi. Ti sei mai sentita in conflitto con le dinamiche del mercato musicale attuale?
Sì, spesso. Il mercato oggi ti chiede di esserci prima ancora di dire qualcosa. Ti chiede di mostrarti, di spiegarti, di pubblicare contenuti anche quando non hai nulla da condividere. Io volevo tornare alla musica, ma senza dovermi mettere al centro del racconto. Senza dovermi vendere come persona.
MAIA è la mia risposta a questo conflitto.
È un modo per essere pienamente dentro il processo creativo e comunicativo, senza doverci mettere la faccia. Un modo per proteggere la scrittura, per lasciarle lo spazio che merita, senza rumore intorno.
Non è una fuga, è una scelta. E per me è anche un sollievo.
Che ruolo ha giocato la tua esperienza artistica precedente nella creazione di MAIA? È un punto di rottura o un’evoluzione coerente?
È un’evoluzione, ma anche una trasformazione profonda. Avevo smesso di scrivere canzoni quando sono diventata mamma. Era come se quel linguaggio si fosse spento, o messo in pausa. Ma non era scomparso.
MAIA nasce proprio da lì. Dalla voglia di rientrare in contatto con quella parte creativa, ma senza ripercorrere gli stessi passi.
La mia esperienza precedente mi ha dato gli strumenti per costruire una visione, capire cosa dire, ma soprattutto cosa non fare più. Non è una rottura netta, ma nemmeno una semplice continuità. È una nuova voce nata da una voce antica. Solo che oggi, al posto del mio volto, c’è quello di MAIA. E questo, per me, ha un senso molto più profondo.
L’uso dell’intelligenza artificiale oggi è spesso visto con sospetto. Come rispondi a chi pensa che sottragga autenticità alla musica?
Capisco lo scetticismo, e lo trovo anche sano, in parte. Ma spesso il giudizio arriva in automatico, senza nemmeno ascoltare davvero. C’è chi dice: “non è arte”. Ma la musica attuale è tutta arte?
Se mi fermo al significato di arte, ovvero “qualsiasi forma di attività dell’uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva”, mi viene da rispondere che sì, questo progetto lo è.
Perché c’è inventiva, c’è visione, c’è scrittura.
Molti artisti oggi non scrivono, non compongono, non sono dentro il processo creativo. Semplicemente cantano, spesso con risultati anche abbastanza discutibili. MAIA canta con una voce sintetica, è vero. Ma canta testi profondamente umani, costruiti con cura. Non è la voce a fare la verità. È l’intenzione. E da questo punto di vista, MAIA è molto più onesta di quanto si creda.
C’è un’estetica visiva precisa anche nella comunicazione di MAIA. Come la stai costruendo e quanto conta per te questa coerenza?
MAIA ha un volto. È nata da un disegno, poi è diventata pixel. Nei mesi è cambiata, e continuerà a cambiare.
Ci sono elementi fissi: il caschetto nero, gli occhi verdi, le lentiggini. Ma tutto il resto può trasformarsi. Mi piace sperimentare, anche sul piano visivo, cercare sempre nuove atmosfere in cui farla abitare.
Un punto per me essenziale è che MAIA non vuole sembrare vera.
Non uso strumenti iperrealistici, non cerco l’effetto “umana credibile”. La sua finzione è dichiarata, visibile, parte integrante del progetto. E lo vedrete chiaramente nel videoclip di Cuore. Non voglio confondere. Voglio costruire un’estetica che sia artificiale ma coerente, narrativa ma onesta.
Ogni contenuto visivo è pensato come un’estensione del suono: un linguaggio parallelo, che accompagna senza sovrapporsi. La coerenza, per me, non è rigidità. È visione. Anche quando cambia pelle, MAIA resta fedele a se stessa.
In che modo ti piacerebbe che MAIA fosse ascoltata? Come esperimento, alter ego, provocazione o semplice progetto musicale?
Mi piacerebbe che fosse ascoltata come una cosa bella, prima di tutto. Senza etichette, senza troppe spiegazioni. C’è chi la vedrà come un esperimento, chi come un alter ego, chi come una provocazione. Per me è un progetto musicale. Con una voce diversa, ma con le stesse domande di sempre: cosa voglio dire? Come posso farlo arrivare?
MAIA è nata per darmi uno spazio creativo nuovo, ma quello che canta è vero. Non è una maschera, è una forma. E se anche solo una persona ascolta una sua canzone e si ferma un attimo, a visualizzare, a pensare, a sentire, allora il progetto ha già fatto il suo lavoro.
