Per chi se lo chiedesse, l’Oreto è un fiume di circa 20 chilometri che nasce tra Altafonte e Monreale, attraversa Palermo e sfocia nel Tirreno. Il fiume è al centro di campagne di riqualificazione perché molto inquinato, ancorché molto breve. E’ con il pensiero a questa e altre acque che Dimartino ha realizzato il suo quinto album in studio, appunto L’improbabile piena dell’Oreto, a sette anni dall’ultimo lavoro Afrodite.
In mezzo ci sono state un paio di avventure sanremesi con il compagno di bisbocce Colapesce, dischi in combutta come I Mortali e Lux Eterna Beach, un altrettanto improbabile successo pop con Musica leggerissima, perfino un film.
Dimartino però non ha mai perso il passo del cantautore, neanche quando si è trovato di fronte ai lustrini e alle pailettes del successo imprevisto. Ne è prova proprio questo disco, maturo, pensoso, intenso e tremendamente riuscito.
Dimartino traccia per traccia
Il lavoro prende le mosse da L’oro del fiume, già scelta come singolo: una riflessione sulla vita e le sue paure, mentre l’acqua scorre, portando con sé chissà quali segreti. Il lavoro acustico si alterna a profondità più sintetiche che risuonano a fondo.
Altrettanto morbida e meditativa, ecco poi Contemplare il cielo attraverso le dita, che parte piano e poi si allarga gradualmente. “Molecole appannate da un alito d’aprile“: le immagini si susseguono, con un lessico molto più poetico che quotidiano, con gli archi che piano piano salgono ad arricchire melodia e malinconia. Il pianoforte chiude le sensazioni, accompagnando il brano verso desideri di immortalità.
Ed è sempre il pianoforte ad aprire, con lentezza, Meravigliosa incoscienza. Il brano poi, anche in questo caso si allarga, cambia dimensione, intensifica i suoni e le emozioni, esplorando pianeti. Le “anguille silenziose” di un paese fantasma regalano immagini ricche di silenzio e di intimità. Eppure c’è bisogno di esiti anche rumorosi e aperti, per esprimere se stessi e capire di esistere davvero.
Ancora acqua e ancora un inizio morbido per Maredolce, che arpeggia con calma parlando di legami che durano un minuto. Di nuovo gli archi sottolineano un discorso di ferite e di onde da guardare. Il brano si cesella nei suoni, fin quasi ad approdare a un barocco acustico e sottile.
Si passa allo spagnolo e si accumula una certa tensione con Agua, ¿dónde vas?, che mette in musica una poesia di Garcia Lorca: c’è molta intensità e anche una certa rabbia che affiora tra le domande e i versi. Il pezzo ha un andamento ondeggiante e sonorità che mescolano sensazioni antiche e idee elettroniche, downtempo, ambient.
Torna a fiorire tranquilla Gusci vuoti, che naviga su sensazioni morbide, ancora guidata dalla chitarra acustica. Il pezzo parte da lontano e parla di scuola, di professori, di selezioni innaturali, con sensazioni di esclusione e aspettative deluse. Il brano si allarga quando sembrava quasi finito, regalandosi un finale piuttosto cinematografico.
Il brano sfocia in Petricore, strumentale (con voci): come tutti sanno, almeno dopo aver guardato su Wikipedia, il petricore è “il caratteristico profumo terroso e gradevole che si sprigiona quando la pioggia cade su un terreno arido o asciutto”. Quindi ancora acqua, che qui scorre lieve sulla superficie di un brano che ragiona su qualche loop.
Fluire degli argini racconta di viaggi, di sgretolamenti di sabbia, salendo di toni e di suoni. E’ qui che si verifical l’improbabile piena dell’Oreto, prima che i ritmi salgano ulteriormente e si scompongano in idee elettroniche sparse. Qualche impetuosa sensazione sonora fa pensare al Battiato della fase del pop sinfonico. Il Maestro è andato via, si sa, ma in qualche modo rimane sempre.
Ecco poi la breve Conrad, che cita l’omonimo scrittore e il suo Cuore di Tenebra con un coro femminile che, di nuovo, parla di fiumi. Si finisce con Storia della mia rabbia, titolo che sa di Garcia Marquez, in cui voce e chitarra si prendono lo spazio che serve a dipingere un autoritratto che diventa un quadro di un incontro, tratteggiato con dolcezza e grazia.
Dischi come questo mi mettono abbastanza in crisi: di solito le recensioni su TRAKS le scrivo al primo ascolto, per conservare quel senso di freschezza che sarebbe richiesto, e anche perché sono convinto che in un modo rapido (e insensato) come questo sia necessario colpire subito, almeno in parte. Volendo c’è sempre tempo per approfondire poi.
Poi però arriva Dimartino e mi mette in crisi: sono dovuto ritornare più volte a riascoltare alcuni brani che temevo di non aver capito abbastanza, e ogni volta ho scoperto qualche dettaglio nuovo. E probabilmente sarà così ogni volta che mi perderò nell’improbabile piena dell’Oreto: troppe le sfumature e le idee che il cantautore ha disseminato a tradimento qui e là, in un tessuto fluido come l’acqua ma ricco, pieno, vivo e intenso. Come l’acqua.

