Briup Festival 2026: al Monastero della Misericordia di Missaglia tre giorni di musica indipendente #livedellasera

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Al Monastero Scorconero della Misericordia, Missaglia (Lecco) Briup Festival arriva alla sua quinta edizione con una convinzione che si è fatta più chiara di anno in anno: un festival può essere uno spazio di scoperta. Non solo di musica nuova, ma di suoni che non si sapeva di cercare, artisti che stanno costruendo un linguaggio proprio, progetti che vivono ai margini delle logiche di mercato e che proprio per questo hanno qualcosa di necessario da dire.

La ricerca è il criterio che guida ogni scelta della direzione artistica, nella selezione musicale come in quella delle performance: non come categoria astratta, ma come pratica concreta di ascolto e di curiosità. Il Monastero sconsacrato della Misericordia di Missaglia è da cinque anni il luogo dove questo ascolto diventa possibile, tre giorni in cui rallentare, lasciarsi sorprendere, fare incontri che non si fanno facilmente altrove.

Per questa quinta edizione la direzione artistica è partita da un’immagine: “Quando il cerchio si apre”. Un invito a interrogarsi sulle tradizioni popolari, i canti, i riti, le danze, le storie tramandate, e sul loro ruolo come strumento vivo, capace di resistere alla solitudine del presente. In un’epoca sempre più individuale e individualista, il cerchio è la forma della comunità: un gesto di apertura, non di chiusura. È questa tensione a tenere insieme il programma dei tre giorni, attraversando generi e linguaggi diversi con una coerenza che non è mai rigidità.

Il programma

Venerdì 3 luglio

Nima  ·  Glazyhaze  ·  juni

La serata di venerdì propone un percorso nella contemporaneità: tre artisti dalla sensibilità sonora distinta che aprono il festival all’insegna della ricerca e della sperimentazione. juni è il progetto solista di Ilaria Formisano, già voce dei Gomma, band che ha segnato la scena indipendente italiana con una ricerca sonora fuori dagli schemi. Con juni, Formisano porta avanti un percorso personale che conserva quella stessa irrequietezza creativa: una musica che non si accomoda in un genere, che cerca.

Performance — Asterione di Pasquale Renella e Dario Pio Garella. Una creazione che porta in scena il labirinto e la creatura al suo centro, il Minotauro, l’Asterione di Borges, come metafora di un tempo interiore in cui perdersi per ritrovarsi.

Sabato 4 luglio

Martini Police  ·  Planet Butter  ·  Faraci  ·  Mundial

La giornata di sabato è la più densa e articolata dell’edizione. Si alternano sul palco quattro realtà che rappresentano alcune delle direzioni più vive della musica italiana indipendente. Planet Butter è un quintetto strumentale nato nel territorio comasco che naviga con precisione le nuove traiettorie del nu-jazz, del neo-soul e dell’hip-hop strumentale: il loro album di debutto Hands Down (2022, Rivamare Records) ha mostrato una maturità rara per una formazione giovane, con un suono che conosce la tradizione senza limitarsi a riprodurla.

Mundial è invece un trio della provincia leccese, Carmine Tundo, Roberto Mangialardo e Alberto Manco, che ha costruito il proprio progetto attorno a un’idea precisa: fare della musica tradizionale pugliese materia viva per l’elettronica contemporanea. Con campionamenti tratti dal paesaggio sonoro del Salento, mandolini, tamburelli e tammorre trasformati in pattern ritmici sperimentali, Mundial recupera filastrocche e canti dei nonni e li proietta in un futuro possibile. Il secondo album Culacchi (2023, Discographia Clandestina) ha confermato la loro traiettoria, un laboratorio sonoro e visivo che si alimenta soprattutto dal vivo, con quasi cento concerti alle spalle.

Performance — Nothing Happens di Carlos Aller e Cecilia Bartolino, un lavoro sull’inazione come atto, sul silenzio come linguaggio. E il laboratorio di danze popolari condotto da Paola Perrone, momento di pratica collettiva in cui il pubblico non osserva ma partecipa.

Domenica 5 luglio

Dduma  ·  Yaraka  ·  Tare

La domenica chiude il festival con la giornata forse più vicina al cuore della poetica di questa edizione. Dduma e Tare aprono la strada a Yaraka, l’ensemble che meglio incarna il senso di “Quando il cerchio si apre”. Nata nel 2015 dalla visione del chitarrista e ricercatore Gianni Sciambarruto, la band porta in scena un viaggio sonoro che parte dalla tradizione popolare brasiliana e si espande verso le matrici ritmiche dell’Africa, le sfumature del bacino mediterraneo e le radici della terra pugliese. Il nome stesso, Yaraka, contiene i quattro elementi nella lingua tupi-guaraní, una delle tradizioni amazzoniche che per la band rappresenta un esempio di coesistenza tra uomo e natura. Con il loro secondo album Curannera (2023) la band ha approfondito la figura della guaritrice popolare, donna di medicina, custode di saperi antichi, come punto di incontro tra mondo sciamanico e tradizione meridionale. Un suono che cura, che evoca.

Nel pomeriggio, le voci del Coro Wild Flowers e la performance “Studio per un concerto” di Matteo Morungio: un processo reso visibile, la ricerca in atto, il gesto artistico come forma già compiuta.

Il territorio nel piatto

La stessa attenzione al territorio e alle sue radici si ritrova nell’offerta di ristorazione. Durante i tre giorni del festival il cibo sarà a km zero, curato grazie alla collaborazione con realtà locali che condividono la stessa idea di qualità e radicamento: Teresa delle Fragole, Macelleria Beccalli e il Birrificio Lariano. Mangiare e bere a BRIUP è parte dell’esperienza, non un contorno.

Il festival aderisce inoltre alla campagna Gaza Cola, scegliendo di non servire prodotti Coca-Cola in segno di solidarietà con il popolo palestinese e di coerenza con i valori che animano il progetto.

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