The Seer, l’intervista: cercare di rimanere me stesso e non lasciarmi condizionare

The Seer, l’intervista: cercare di rimanere me stesso e non lasciarmi condizionare
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C’è un momento in cui il disagio personale smette di riguardare soltanto chi lo vive e diventa una lente attraverso cui osservare il mondo. È da questo passaggio che prende forma la nuova fase di The Seer, progetto solista di Francesco Scordo, musicista calabrese che, dopo le esperienze nella scena di Reggio Calabria e il trasferimento a Bologna, ha costruito un percorso legato alle sonorità dell’alt-rock e alle influenze del rock alternativo degli anni Novanta. Dopo il primo ep Box Memories, pubblicato nel 2025, il nuovo singolo Equilibrium, disponibile dal 23 ottobre 2026, anticipa Cogito, secondo ep in uscita il 13 novembre. Quattro brani che allargano lo sguardo verso le guerre, l’accelerazione della società e il progressivo allontanamento dal contatto umano.

In Equilibrium la ricerca di stabilità non coincide con la rinuncia a interrogarsi, ma diventa un modo per resistere alle pressioni esterne e recuperare la propria capacità di pensiero. La musica si trasforma così in uno spazio in cui il vissuto individuale incontra le inquietudini collettive, senza perdere il legame con un’identità artistica indipendente. Abbiamo parlato con The Seer del rapporto tra musica e realtà, della difficoltà di conservare uno sguardo personale in un mondo sempre più veloce e della possibilità di fare dell’indipendenza una scelta concreta, prima ancora che una dichiarazione d’intenti.

Equilibrium sembra partire da una contraddizione: per trovare un equilibrio bisogna imparare a stare dentro il mondo, ma anche riuscire a prendere le distanze da ciò che ci impone. Nel momento in cui hai scritto il brano, qual è stato il confine che hai sentito più difficile da tracciare tra partecipare alla realtà e lasciarsi condizionare da essa?

Quando ho scritto Equilibrium mi trovavo in un momento in cui sentivo un forte bisogno di staccare dalla realtà. Ho cercato di esprimere il mio disagio, ma allo stesso tempo di trovare un allineamento con il mondo circostante. Oggi la società ti chiede di essere sempre al top e di stare al passo con ritmi frenetici; la sfida più grande per me è stata proprio questa: cercare di rimanere me stesso e non lasciarmi condizionare da queste pressioni.

Con Cogito allarghi lo sguardo verso le guerre, la velocità della società e un mondo sempre più artificiale. Sono temi enormi, che rischiano facilmente di diventare slogan quando entrano in una canzone. Come hai lavorato per trasformare un disagio così collettivo in qualcosa che avesse una voce personale, senza limitarti a raccontare ciò che non funziona?

Ci ho lavorato non ragionandoci sopra, ma entrando nella mente di chi subisce le guerre e questa società ormai artificiale e priva di contatto umano. Ci metto sempre il mio vissuto, ma in questi brani ho cercato di dare spazio anche al pensiero collettivo della gente.

Il titolo Equilibrium richiama una condizione apparentemente stabile, mentre il presente sembra costruito proprio per impedirci di fermarci: siamo continuamente chiamati a reagire, prendere posizione, produrre un’opinione. Secondo te, oggi cercare un equilibrio significa trovare una forma di stabilità oppure imparare a convivere con il conflitto senza delegare ad altri il nostro pensiero?

Per me cercare l’equilibrio significa proprio trovare una propria forma di stabilità: riuscire a fermarci un attimo e non arrenderci a ciò che ci impone questa società.

Il tuo immaginario musicale guarda al rock alternativo degli anni Novanta, ma si confronta anche con un panorama contemporaneo molto diverso, nel quale la musica viene spesso consumata rapidamente e separata dal contesto in cui nasce. Quanto influisce questa tensione sul tuo modo di scrivere e produrre? Ti interessa conservare qualcosa di quel modo di intendere il rock oppure preferisci metterne in discussione anche l’eredità?

Guarda, sappiamo bene che oggi la musica è molto simile ai fast food. Quando scrivo cerco di adattarmi a questa epoca, rimanendo il più fluido possibile e non troppo prolisso; naturalmente poi ci metto il rock alternativo anni ’90, perché è da lì che affondano le mie radici e lo adatto semplicemente a ciò che mi sento dentro.

Box Memories nasceva da una dimensione più personale, mentre Cogito sembra aprire le finestre su un mondo esterno decisamente inquieto. Questo passaggio è avvenuto perché sentivi di aver esaurito alcune domande intime o perché, a un certo punto, la realtà è diventata troppo ingombrante per restare fuori dalle tue canzoni? E quanto è cambiato il tuo modo di comporre in questo passaggio?

Diciamo che è difficile rimanere indifferenti a ciò che accade nel mondo. Ho sentito il bisogno di raccontare questo presente, senza però mettere da parte il mio lato più intimo: non è sparito, ma si è adattato per raccontare la realtà di oggi.

Nel presentare Equilibrium parli della necessità di restare uniti e di riappropriarci del nostro pensiero, opponendoci a una direzione già decisa da altri. Ma la musica, soprattutto quella indipendente, rischia a sua volta di essere assorbita dagli stessi meccanismi che vorrebbe contrastare. Quale possibilità concreta di resistenza riconosci oggi in un progetto come The Seer, e come eviti che questa consapevolezza rimanga soltanto una dichiarazione d’intenti?

Rimanendo ancora un indipendente, ho la possibilità di dire totalmente quello che penso. Evito che rimanga solo una dichiarazione d’intenti cercando di mettere sempre qualcosa di originale, che venga totalmente da me, senza fare il copia-incolla di un artista o di un genere in particolare che potrebbe andare di moda oggi.

Pagina Instagram The Seer