Levante, “Dell’amore il fallimento e altri passi di danza”: la recensione

AscoltaDell'amore il fallimento e altri passi di danza di Levante
Levante, “Dell’amore il fallimento e altri passi di danza”: la recensione

Ancora non mi è passata del tutto l’incazzatura per il piazzamento osceno e poco rispettoso all’ultimo Sanremo di Levante, per me vincitrice morale. Ma lei, per vendetta, ha anche deciso di partecipare a quello scempio che è Al mio paese, perciò la vita si bilancia sempre un po’ da sé.

Comunque esce oggi Dell’amore il fallimento e altri passi di danza, il nuovo album della cantautrice siciliana. Quindici tracce (e un cameo), presentate come il frutto del risultato della sua indagine sull’amore, sui suoi slanci, le sue contraddizioni e i modi in cui può manifestarsi, trasformarsi e fallire. 

La produzione del disco è di Antonio Filippelli e Gianmarco Manilardi, protagonisti insieme a Levante di un sodalizio artistico che da dieci anni accompagna la sua evoluzione musicale. 

Non mi sono più chiesta cosa sia l’amore o dove vada a finire quando finisce. Ho soltanto insistentemente chiesto a me stessa per quale motivo l’ho fatto fallire, tutte le volte in cui è fallito o non è mai iniziato. L’associazione del fallimento alla danza nasce dall’immaginare queste storie come passi a due, quadriglie, balli di gruppo. In fondo non è questo forse? Ritrovarsi, poi, a fare le solite mosse

Levante traccia per traccia

Ci sono tanti “ci” e tante “f” in Dell’amore il fallimento, brano d’apertura molto allitterato, quasi title track e comunque abbastanza bandiera del disco. Ritmi e dinamiche semplici ma temporali all’orizzonte e qualche “sporcatura” sonora qui e là.

Parte Niente da dire, che parla di gomiti da mangiarsi: “Che ci crediamo legati/ma siamo solo aggrovigliati“, i legami dell’amore sono spesso complicati senza vere ragioni. Anche qui il ritmo è medio-alto. I passi di danza possono allontanare e portare a cantare teneri addii, senza eccedere con rancore e rimpianti.

Terzo posto in tracklist per Ruggine, che è anche il singolo che accompagna l’uscita dell’album: ce n’è ben donde, visto che il brano corre parecchio ed è molto pop, anche se il testo è tutt’altro che banale. Il brano parla di un amore rubato e di richieste di perdono, ma non c’è dramma, solo una fuga perché “non sono niente di che“.

Come si fa a spiegare l’amore? La domanda è fondata e conclude Sei tu, canzone che per l’appunto Levante ha portato con personalità, eleganza classe all’Ariston, solo per vedere trionfare l’opposto della classe e dell’eleganza. Ma tant’è: il pezzo è ancora vivissimo, qualche mese dopo Sanremo, ed è uno dei pezzi migliori del disco e della discografia dell’artista.

Gira su idee molto più pop Arcani, che racconta di segni zodiacali e letture astrali, per chiedere alle stelle le possibilità di un ritorno. Profili narrativi ma ancora misteriosi nella ritmata Luna di sangue, che consuma i propri rituali su ritmi ancora molto sostenuti. Non ha decisamente voglia di piangersi addosso, la ragazza, e ci tiene a sottolinearlo in tutte le tracce, almeno fin qui.

Un cigno in aria

“Non arriverà mai il tempo per ferire un cigno in aria”: i ritmi si alzano ulteriormente e così i passi di danza in Sono blu, curioso connubio tra una canzone che sembrerebbe voler essere una ballad, ma che invece si trova quasi suo malgrado sul dancefloor di un club, con la voce di Levante che si innalza a gridare che “l’abisso non mi fa paura“.

Bisogna arrivare all’ottava canzone del disco per avere qualcosa di lento e sommesso, almeno sulle prime: Fuoco mio (che lynchianamente “cammina con me“) però poi presto esplode con un drammatico “Amami“, per un bacio “in fronte al cuore” che non teme la teatralità.

Monellerie è appunto il cameo di Alma Futura, nome impegnativo per una frugoletta di quattro anni che è anche la figlia di Levante e di Pietro Palumbo. Parte subito Allegria, che non è esageratamente allegra, ma piuttosto estiva, tra cavalli blu e la magia sulle rive dello Ionio.

Citazione dei Verdena (“sto bene solo se non torni mai“: presumo voluta, visto il background indie) per Maimai, che se la balletta consegnando “torte al livore” all’egocentrico di turno, con una consapevolezza raggiunta: “l’amore mio sì sono io“. Retrogusti di Pezzo di me e di Alfonso si manifestano all’orizzonte, rivelando che la parte ruvidina ma giocosa non è mai sparita.

Gita a Pigalle

Si va un po’ sul français tra materassi che cigolano, sogni da étoile e un po’ di fascino parigino alla Moulin Rouge con Malìa, che ride come a Pigalle e balla ancora una volta, celebrando il tempo che scivola.

Molto più anglofona invece Sorry Boy: si riprende il ritmo da corsa, con sensazioni dance e il ritmo che pulsa. Le parole si perdono nella traduzione, ma le sensazioni sono violente, improvvise, tra “sospiri e guai” con i “coriandoli dentro alla testa“.

Passaggi cinematografici si registrano con Follemente, canzone della soundtrack del film omonimo: “Non credo che ci sarà un noi” anche se ci si rende conto che uscire da certi abbracci sia una follia.

Si rallenta ancora, ma è soltanto la seconda volta in tutto il disco, con Castigo, che porta verso una discesa: sfidare il destino è un passo falso e la discesa inevitabile. E a furia di cadere, si finisce in una profondità Abissale, che prosegue nella caduta, con gli archi che forniscono ulteriore melodramma al brano conclusivo, che è percorso da una sorta di afflato religioso, piuttosto sorprendente.

Spiegare l’amore

Come si diceva poco fa: come si fa a spiegare l’amore? Impossibile, eppure tutti ci proviamo incessantemente. Non si tira certo indietro Levante, che sostanzialmente scrive addosso al sentimento più sfuggente quindici canzoni (e un intermezzo, perché non c’è dubbio che Alma Futura sia depositaria di tutto l’amore possibile).

I pezzi sono rotti, la colla per tenerli insieme è finita, eppure non ci si riesce a fare una ragione, nonostante tutto. Ma la cantautrice di Caltagirone mette in fila tanti tentativi di spiegazione e tanti passi di danza, con ritmi diversi ma allergici a rimanere fermi.

Il disco fluisce, si solleva, cade, si rialza, cade ancora, lasciando sempre la sensazione di essere guidati da un movimento potente, difficile da fermare. Tutto molto pop, molto dance, molto cantautrice dell’anno 2026, e tutto perfetto anche quando il foglio si sporca. Ma si sporca di inchiostro blu, disegnando fiori.