Ariete, “Tutti tornano a casa”: la recensione

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Ariete, “Tutti tornano a casa”: la recensione

Tutti tornano a casa è il terzo album in studio di Ariete, pubblicato da Bomba Dischi, Warner Records Italy e Warner Music Italy. Il progetto discografico si compone di dodici tracce scritte dalla stessa cantautrice, con la produzione di Golden Years.

Tre anni dopo La notte Ariete si confronta con una crescita personale e artistica, mentre lo status di punto di riferimento in ambito itpop si sta allargando anche al di fuori della zona più giovane dell’indie italiano.

Ariete traccia per traccia

Subito malinconica, L’alveare apre il disco facendo i conti con il pianoforte e la voglia di fuggire. Le metafore naturalistiche si avvicinano alla vita di chi si trova sempre fuori posto, mentre la melodia diventa sempre più evidente e quasi classica.

Chitarra acustica per raccontare la “testa psicoanalizzata” di Ariete in Capricci, che si fa presto battente, con un flusso di parole che cerca di raccontare un rapporto a due. “Ho paura di capirti o forse di rapirti“: il brano è pop e ritmato, ma la voglia di interiorizzare non sparisce.

Già nota come singolo, ecco poi Che bella vita, che mette a contatto la cantautrice con Angelina Mango, a misurare sensibilità differenti ma affini. Ricordi bellissimi e mari mossissimi alternano sorrisi e pensieri. Le immagini del brano sono spesso molto solari ma gli umori rimangono sul dolceamaro.

Amore e Rivoluzione sono alla base del brano successivo, che esprime soprattutto tenerezza, alla ricerca di scambi di cuore. La nostalgia avvolge, nella speranza di un reincontro, difficile ma non impossibile.

Incontri e baci in La Mia Bocca, La Tua Bocca, che ripensa, anche in questo caso e con un certo struggimento, a un amore appena passato, ma forse non del tutto. Si scelgono suoni di pianoforte anche per Tachicardia, che ha uno sviluppo melodico che si allarga con calma.

C’è Fulminacci e c’è un po’ di ironia in Mano nella Mano: toni qui più cantautorali, benché il discorso rimanga molto pop, con considerazioni sul fatto che c’è una lei che probabilmente non torna, a prescindere dall’impressione che sia l’unica che ti capisce.

Quasi post grunge il suono iniziale di soldatino!: “C’è una sala d’attesa dentro al cuore“, ma ci sono anche considerazioni sulla propria autonomia e forza. Metafore belliche e di intimità si incrociano in un pezzo con altri saliscendi.

Un po’ ansiogeno il ritmo e il passo di Casa mia/Casa tua, con un altro ospite, Tredici Pietro, che fa pendere il peso del brano verso l’hip hop. La verità è nuda e cruda e si espone su un giro di chitarra piuttosto inquieto.

Sigarette e storie complicate con 10chiamate: un personaggio che viene e va, lasciando soprattutto pensieri e complicazioni. Il ritratto prende consistenza nei dettagli, prima di un addio che è sembrato inevitabile fin dall’inizio.

“Bacia tutte quante le mie crepe/posso diventare un vaso giapponese“: un po’ kintsugi, un po’ favola del ranocchio, Quando la luna si accende torna sul lato più melodico e intimo, con la partecipazione di Prima stanza a destra.

La psicanalisi è l’ovvia protagonista di Seduta n.65, che riversa paure e ansie in un brano solo apparentemente gentile. L’analisi probabilmente aiuta, ma sicuramente ha lati oscuri che si devono affrontare, e che emergono molto prepotentemente da questo brano.

Ci sta in una valigia, Ariete, con il contrappeso di bottiglie vuote, polaroid, cianfrusaglie, ricordi di una vita inquieta: lo dimostra agevolmente la copertina di un disco realizzato e prodotto con molta cura. La materia viva dell’album è la scrittura di Ariete, sempre fluida ma sempre intima.

Però ci sono idee sonore che procedono verso un allargamento del progetto, che si lascia alle spalle alcune idee del passato, senza rinunciare alla propria identità. La valigia, come è normale che sia, si sta allargando e facendo più profonda, ma non smette di raccontare di una sensibilità sicuramente particolare e con la capacità di comunicare in modo semplice e immediato.