Nitritono, “Panta rei”: la recensione

Nitritono, "Panta rei"Si chiama Panta rei (“tutto scorre”, il motto del filosofo greco Eraclito) il nuovo disco del duo post rock Nitritono. Luca Lavernicocca (batteria) e Siro Giri (chitarra e voce) dal 2012 collezionano live (hanno diviso il palco, fra i tanti, con Ruggine, Tito, Cani Sciorrì, FLing Disk, Movion, Ape Unit, Lleroy, Stoner Kebab). Nel 2013 hanno dato alle stampe un primo ep omonimo composto da sei brani, mentre nel 2016 sono stati inclusi nella “TADCA Musical Circus” realizzata dalla Tanto Di Cappello Records.

Nel 2017, dopo aver registrato da Enrico Baraldi (Ornaments) otto nuovi brani, ritornano con il primo album lungo, Panta Rei appunto. Il nuovo lavoro è coprodotto da DreaminGorilla Records in collaborazione con Vollmer Industries, Edison Box, Insonnia Lunare Records, TADCA Records e Brigante Records.

Nitritono traccia per traccia

Dopo un’Intro dai toni anche epici, si parte con La morte di Dio: drumming pesante e cadenzato, chitarra che si isola sullo sfondo, prima che i volumi si facciano più intensi e robusti. Il discorso sfocia in un potente esito massimalista.

La morte dell’io prosegue su tracce non dissimili, però partendo da concetti rumorosi fin dall’inizio del brano. Qui si insinua anche un cantato, prima ambiguo e serpeggiante, poi corale e più vivo. Lobotomia (pt.2) porta con sé qualche citazione dai Nirvana di Something in the way e una (breve) voglia di distruzione. L’Interludio, al contrario, è “rubato” dai cori di una chiesa.

L’atarassia del giorno dopo si disegna su toni profondi, prima che il volume si alzi di nuovo, soprattutto a opera di un drumming poco incline alle sfumature. Prima di chiudersi con Outro, l’album offre gli ultimi colpi di coda, in particolare con una lunga e articolata Zen. Nei quasi dodici minuti della suite, le nuvole si addensano su un orizzonte sempre più inquieto, con lampi improvvisi e digressioni cupe e tentacolari.

Operazione vasta e interessante, quella dei Nitritono, che riescono ad affrescare con i propri disagi un album potente e aggressivo, ma senza cancellare contrasti e momenti più moderati.

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