Certo che sto bene è il sesto album firmato dal cantautore Bianco, che forse per evitare confusioni con qualche popstar di un certo ingombro sembra aver optato per il nome e cognome: Alberto Bianco.
“Certo che sto bene” è la risposta a chi ti chiede come stai, ma non qualcuno a caso. Qualcuno che ti vuole bene davvero a cui poi racconterai il motivo per cui stai bene ma non proprio benissimo. È un testo che parla di quanto il contesto in cui viviamo condizioni il nostro stare bene. Di quanto le ambizioni a volte sembrino decise dagli altri e non da noi stessi. Parla di quanto sia difficile l’evoluzione personale in un mondo che ci vuole vedere sempre con il sorriso, sempre uguali a come eravamo in quel momento in cui abbiamo vissuto un successo ma senza sapere perché è successo. Forse perché il cambiamento può spostare degli equilibri che in pantofole sul divano o con un’armatura antisommossa sarebbero difficili da ricreare. Per questo diventa indispensabile fare, o almeno provare a fare, quello che ci piace
Alberto Bianco traccia per traccia
Nonostante le spine e gli errori, Bianco sta bene: Certo che sto bene è la title track, ma è anche un’affermazione di principio. Un brano narrativo e tranquillo ma con qualche punturina qui e là, giusto per ricordare che la realtà è così: dolce, amara, poi amara, poi anche amara, poi ok qualche volta amara. “Quanto è facile sbagliare/quando il mondo è così feroce/quando la polizia ti fa paura/anziché fartela passare”.
C’è un Maremoto lento a seguire, con il pianoforte che scandisce i movimenti di un brano particolarmente melodico e avvolgente. L’ondata sommerge un po’ tutto e tutti, mentre si parla di coraggio, di sicurezze, soprattutto smarrite: “E come tanti ti senti nessuno“.
Si rimane in spiaggia, anche se in contesti decisamente diversi, con Il tempo dal mare, con l’apporto della voce di Margherita Vicario: qualche pennellata tra pop e qualche bracciata di cantautorato vecchio stile. Una canzone molto “cantabile”, fluida e mossa, che giustamente è stata scelta come singolo.
Viaggia in blues invece Cartolina, che parla di bouganville e si distende placidamente su discorsi di cambio di stagione. Ci sono emozioni in ballo e balbettii che caratterizzano una particolarmente suggestiva Rido seriamente, un’analisi di sensazioni accompagnata soprattutto dal synth, capace però anche di scalate elettriche.
La voce di Federico Dragogna, ormai cantautore nonché sempre penna e spada dei Ministri, apre Fuochi d’artificio, in realtà canzone particolarmente placida e malinconica: si celebra la tristezza con dolore contenuto, mentre la gioia e i ricordi esplodono lontano.
“Il silenzio dentro un disco/è il momento che preferisco/forse perché sento il tuo respiro”: c’è un coro piuttosto beatlesiano a celebrare Il momento che preferisco, classico brano dedicato a un figlio e ai suoi progressi (ma quanto meno non è una ninna nanna, anzi è uno dei pezzi più vivaci dell’album).
E’ da solo con il suo pedalò il protagonista di Paura Padana, che parla di modi per sconfiggere i sentimenti negativi, per lo più ballando e prendendo a calci il mondo: un pezzo che sa di ottimismo e di pop-folk anni Novanta (Turin Brakes o giù di lì).
C’è molta voglia di positività anche ne Le abitudini della domenica, brano particolarmente scoppiettante con qualche deriva quasi psichedelica. Buchi nell’acqua e molta dolcezza si consumano in Fatta bella, ricca di propositi (anche bellicosi): anche qui si parla del e al figlio, in vista di una vita che si spera ricchissima e appagante.
La pagina Facebook di Alberto Bianco è popolata di amici musicali eccellenti da Angelini a Levante, grazie a una lunga attività da musicista che lo ha portato a condividere canzoni e palchi. Ma al contrario che con Canzoni che durano un solo momento, uscito due anni fa, il cantautore ha limitato qui le collaborazioni e ha fatto uscire di più e meglio la propria scrittura e la propria voce.
E si direbbe che ha fatto bene perché ha dato maggiore spazio anche alla propria creatività, facendo emergere le molte virtù di canzoni che seguono percorsi diversi e variegati. Ed è rassicurante che il disco parta parlando di paure e termini raccontando di speranze per il futuro: alla fine è questa l’unica cosa a cui aggrapparsi, in un mondo sempre più insensato.

