Si chiama Outta Kali Phobia il primo disco dei CarmenSita, recensito qui qualche tempo fa: l’incontro tra la voce di Carmen Cangiano e la chitarra di Claudio Fabbrini ha prodotto scintille psichedeliche e una matrice blues/soul di razza. Ecco la nostra intervista con Carmen.
Puoi raccontare la vostra storia fin qui?
Be’ la storia da raccontare è breve in realtà, anche se io e Claudio ci conosciamo da diversi anni e avevamo collaborato per un periodo breve per un progetto di cover acustiche ormai una decina di anni fa, poi ci siamo persi di vista e ritrovati soltanto due anni fa.
Ho visto Claudio suonare la chitarra acustica in un’altra band, mi trovavo lì per caso e mi serviva un chitarrista esattamente come lui per portare a termine un progetto che avevo in mente da un po’: realizzare un disco di brani inediti che avevo nel cassetto.
Ho proposto la collaborazione a Claudio subito dopo il concerto perché ero rimasta colpita dal suo modo così originale e mai scontato di interpretare i brani che stava suonando.
Ha accettato entusiasta questa collaborazione perché in effetti anche lui sentiva il desiderio di buttarsi a capofitto in un progetto di musica propria ed eccoci qui entrambi produttori e protagonisti di una nuova avventura: i CarmenSita.
Sono arrivati subito riscontri positivi dal punto di vista dei concerti senza nemmeno avere il disco pronto: un festival internazionale in Ungheria, L’Happening delle Cooperative a casa nostra (BG) e il Ferrara Busker Festival.
Dopo un’estate intensa che ci ha motivato e caricato, siamo entrati in studio e abbiamo inciso il disco con la collaborazione di un percussionista africano, Dudu Kouate, e la corista Elisabetta Martinoli.
Questa la prima formazione dei CarmenSita. Ora suoniamo spesso in duo, ma la versione completa è il power trio dove le percussioni sono state sostituite con la batteria di Sebastiano Ruggeri (Verbal) che ha aggiunto il tocco rock che mancava.
Il disco è uscito il 19 febbraio e le recensioni sono già tante e molto buone. Tanti live per promuovere il disco sia in provincia che fuori. L’estate si prospetta impegnativa dal punto di vista dei live e ci porterà ancora una volta a varcare i confini nazionali.
I dischi si vendono e la gente comincia a canticchiare le canzoni. Che dire? Non ci aspettavamo questi risultati sin dall’inizio e siamo grati all’esistenza e soprattutto al pubblico che ci segue con affetto e ci motiva a fare di più.
Su quali concetti poggia il vostro disco “Outta Kali Phobia”? Potete spiegare il titolo?
“Outta Kali Phobia”, letteralmente significa “Fuori dal caos di Kali”. Kali è la dea indiana del caos, della trasformazione e ci sembra incarnare bene l’epoca contemporanea.
Un caos a 360° dove i ruoli non sono più definiti, dove è tutto così multiforme e complesso che è diventato troppo facile perdersi e rimanere nell’indefinitezza.
La politica non ha più risposte, l’economia è da ripensare e le relazioni sociali non sono più così chiare. E’ il Kali Yuga, l’era dalle tante braccia che possono aprirsi e abbracciare il mondo o stritolare l’individuo preso da labirintite.
Il nostro disco si nutre di questa spiritualità indiana e dell’inquietudine rock’n’oll dell’uomo moderno, di psichedelia senza esagerare e di ironia, guardando con l’anima agli anni ’70 per una certa volontà di sperimentazione sui suoni.
La musica, con la sua potenza catartica e terapeutica, è una dimensione ancora salva, capace di rapire e di sospendere le menti, di attraversare – senza farsene contaminare – le impressioni del mondo.
A questo puntano i CarmenSita: senza alcuna verità in tasca, ma solo con la volontà di muoversi nello spazio, evadere, conoscere e conoscersi.
Le narrazioni raccontano che Carmen è la parte istintiva del duo mentre Claudio rappresenta la razionalità. Tutto così oppure la situazione è più sfumata?
C’è sempre un po’ di bianco nel nero e un po’ di nero nel bianco… tendenzialmente incarniamo l’emotività femminile e la razionalità predominante nel maschile ma i contorni sono sicuramente molto sfumati.
E’ vero che io sono decisamente emotiva, umorale, sanguigna e molto diretta nelle mie relazioni mentre Claudio tende a essere – fortunatamente – più razionale, metodico e mentale. Ma l’immagine del bacchettone non si addice per nulla a Claudio e nemmeno quella della bambina cattiva si addice a me.
C’è un po’ di razionalità nella mia follia controllata e c’è un po’ di follia nella folle e inaspettata razionalità di Claudio. Quando si inizia a suonare però le singole indoli sfumano l’una dentro l’altra, gli opposti si annullano ed esiste solo la musica.
Da quali ispirazioni nasce “She’s a Godness”?
Le recensioni hanno legato questo brano al mondo del jazz. In effetti è un brano che prende in prestito l’anima delle signore del jazz e del blues, qualcuno scrive Etta James, qualcuno Billy Holiday.
Ho studiato il jazz per anni e conseguito un master jazz all’Accademia della musica di Milano per poi proseguire gli studi privatamente con Laura Fedele e l’associazione alle grandi donne del jazz non fa altro che piacere.
L’approccio però resta autoironico, sia nella voce che nel testo. Resto comunque una rocker nell’anima ma quando l’anima di Janis Joplin si mischia a quella di Etta James ecco cosa succede!
Per questo disco avete fatto tutto da soli o quasi. Ma se un domani aveste la possibilità di scegliere collaboratori e produttore, chi vi attira di più nella scena indie?
Mah… difficile rispondere a questa domanda. Le nostre ispirazioni e i nostri ascolti sono molteplici e anche molto vari. Se dovessimo scegliere una guest sul prossimo disco o un produttore, ci piacerebbe molto collaborare con Manuel Agnelli degli Afterhours per esempio; ma apprezziamo molto anche l’approccio punk-polemico di Giorgio Canali o quello totalmente sperimentatore e libero da condizionamenti di John De Leo.