Progetto articolato e complesso, il nuovo di Alberto N.A. TurraTurbogolfer Duo(s): l’idea di base è quella di far dialogare la chitarra di Turra con sei batteristi diversi. Il disco si chiama Azimuth.

Accanto a Turra si alternano sei notevoli batteristi italiani: Alberto Pederneschi, Marco Cavani, Toni Boselli, Sergio Quagliarella, Tato Vastola e Andrea Rainoldi, ognuno contraddistinto, all’interno del progetto, da un punto cardinale (est, ovest, nord, sud, zenith e nadir).

Ognuno accompagna Turra in un brano originale (che prende il nome dal batterista) e in una cover, mettendo in rilievo sia lo stile del batterista, sia le peculiarità e la verstilità della sei corde di Turra, in grado di cambiare anche radicalmente registro da un brano all’altro.

Si apre con Platypus, di Ben Allison, in cui Turra è accompagnato dal drumming attento e contenuto di Marco Cavani. Spazio poi a John Coltrane e alla sua Resolution, che con l’ausilio di Toni Boselli si ammanta di colori scuri ma punteggiarti di luce.

Sergio Quagliarella porta in evidenza una progressione molto diversificata e piuttosto monumentale, con vertici psichedelici. Ederlezi, canzone tradizionale balcanica eseguita con Alberto Pederneschi, si appoggia su ritmi e toni molto più contenuti, affidandosi più alla sottigliezza che alla potenza.

Con Wights Waits for Weights (cover da Steve Coleman), accanto ad Andrea Rainoldi, ci si trova di fronte a un percorso accidentato e saltellante, punteggiato di suoni su un terreno sconnesso.

Altre idee invece per Tato Vastola, in cui il discorso melodico della chitarra di Turra è intenso e molto continuo, sorretto dalla batteria di Vastola che non disdegna l’utilizzo della potenza.

Con Marco Cavani ci si inoltra in territori più propriamente jazz, con molto spazio per l’improvvisazione. Molto più solenne il passo di Toni Boselli, che entra in gioco quasi con prepotenza.

Atmosfere molto addolcite caratterizzano Atas Atas Ammimi, che del resto è una ninna nanna tradizionale berbera, con il discreto accompagnamento di Sergio Quagliarella.

Molto meno discreto Alberto Pederneschi, che nel brano a proprio nome lascia libero sfogo alle proprie bacchette pur senza tracimare oltre i propri spazi. La chitarra di Turra risponde arrampicandosi fino a sfere cosmiche.

Andrea Rainoldi si distingue invece per una certa delicatezza, almeno nell’introduzione, anche se poi la chitarra si scioglie dai propri legami e decolla verso altri spazi siderali.

Si chiude con Jimi Hendrix: la cover di Fire è resa da Turra e da Tato Vastola con convinzione e forza complessiva notevole, a ritmi molto alti e con il chiaro senso di divertimento che suonare un brano di Hendrix regala.

Si diceva progetto complesso, ma ascoltandolo non si percepisce nessun senso di fatica: anzi il discorso scorre fluido e levigato, mette in evidenza l’abilità degli interpreti senza cadere nel manierismo, mantiene un nerbo considerevole dalla prima all’ultima nota.