4321 Hz è il primo album di Marco Fracasia, in uscita oggi, 12 giugno 2026, per 42 Records. Segue i due ep Adesso torni a casa e Adelaide, ed è una raccolta di canzoni molto personali e molto ricche dal punto di vista strumentale e produttivo.
Il titolo dell’album si ispira a quello del romanzo di Paul Auster, al quale si associa grazie a una frequenza radio immaginaria. Quella che fa da sottofondo allo scorrere dell’esistenza vista come una serie di porte non aperte e deviazione improvvise.
La vita, essenzialmente, non è solo segnata dalle scelte che facciamo, ma anche da quelle che non facciamo. 4321 Hz esce in digitale e in vinile colorato, edizione limitata e numerata a mano, ma è stato anticipato da una modalità di ascolto differente, inusuale, lontana dalle convenzioni promozionali d’oggi.
Prima dei singoli, prima degli annunci, il disco era infatti già in ascolto nel sito https://4321hz.com, un flusso continuo senza scaletta e senza possibilità di skippare le tracce, un modo per entrare letteralmente nel flusso delle nuove canzoni di Marco, lasciando all’ascoltatore la possibilità di immaginare tutto quello che sta attorno alle canzoni.
L’album è composto da musica e testi di Marco Fracasia ed è stato registrato da Adele Altro e Marco Giudici, che si è occupato anche del mix e della produzione insieme allo stesso Fracasia. Il master è stato curato da Giovanni Versari. Alla realizzazione hanno collaborato diversi musicisti e figure artistiche: Adele Altro ai cori, Niccolò Fornabaio alla batteria, Enrico Gabrielli ai fiati, Luciano Rovetta alla chitarra elettrica in Una vita devastante, mentre Pietro Raimondi ha contribuito con le parole in Una spiegazione assurda e Matteo Cardo ha curato il mental coaching in Essere come te. Marco Fracasia e Marco Giudici hanno inoltre condiviso la maggior parte degli strumenti e delle lavorazioni sonore, costruendo insieme l’impianto complessivo del disco.
Marco Fracasia traccia per traccia
Parte piano e poi si allarga, con gradualità, Perso: l’esperienza sonora che introduce il brano parla, appunto di cose che si perdono nella vita, il che contrasta con sonorità che invece acquistano elementi, si fanno formicolanti e sempre più vaste, come di fronte a un’alba. Vengono in mente i Mercury Rev (ma il coro è un po’ da Battisti seconda fase).
Una serie di sveglie (e un anziano come me non può che pensare brevemente ai Pink Floyd) fanno entrare di corsa in Saltatempo: qui si corre molto, con “volti stanchi/suoni forti“. Il tempo assume forme diverse in un brano che rallenta e accelera; e che quando accelera, lo fa davvero, assumendo forme power pop molto trascinanti.
Il ritmo si alterna anche in Una spiegazione assurda, che ha un pianoforte percussivo, tipo Supertramp: ma il panorama che si apre di fronte agli occhi stupiti dell’ascoltatore è piuttosto cosmico e sognante, anche se non sempre. Infatti qui e là si riprende a picchiare, in modo molto concreto e vivissimo.
C’è una frequenza sulla quale sintonizzarsi per ritrovarsi Ubriaco a casa da solo, che parla di serotonina, come non succedeva da quella volta con I cani. Una richiesta di presenza assume profili e contorni psichedelici, cesellata in piccoli momenti sonori e da un cantato sempre timido e gentile. Una notte come tante in una vita disastrata, alla ricerca di qualche consolazione, di fronte a crolli inevitabili.
Apertura battente e di nuovo psych per Essere come te, che suona forte ma canta piano: il pezzo è molto fluido, tutto sommato rapido e contribuisce a tenere alta la tensione. Un po’ di scarico invece nello strumentale Uno strano interregno, che si piazza tra l’ambient e il noise.
Viaggia quasi in acustico Una vita devastante, che ha un’apertura abbastanza depressiva, almeno per quanto riguarda il testo, mentre i suoni volano abbastanza eterei. Ma è anche il brano più cantautorale del disco: una serie di dediche e di considerazioni su quanto si fa e quanto non basta.
Moltissima malinconia accoglie in E’ la fine di tutto, che fa perno sul pianoforte per cercare spiegazioni: il brano segue la propria linea, lenta e piuttosto triste, fino a sfociare senza pause in un pezzo di segno opposto, Qui. Non che si impazzisca di allegria qui, ma ritmi e idee sono molto più aperti e confortanti. Il brano si allarga, abbraccia suoni sempre più vasti, prima di un finale molto minimale. A chiudere, ecco il breve sibilo di 4321 Hz (che, ascoltato in sequenza, si riallaccia all’inizio di Perso).
Non so se essere più contento o più incazzato. Mi spiego: il disco di Marco Fracasia è una delle cose migliori che ascolterai quest’anno. Non si ammettono discussioni in merito. Quindi ok, sono contento. L’attenzione al dettaglio sonoro di questo debutto è qualcosa che disgraziatamente non si trova più molto spesso. Ma Marco ha scelto i collaboratori giusti (e l’etichetta giusta) per fare un lavoro eccellente da ogni punto di vista.
Quindi perché incazzarsi? Perché di fronte a un lavoro di questo genere ci si aspetta un’attenzione proporzionale. E non parlo di noi disgraziati di ciò che è rimasto della stampa musicale, né dei social, ma proprio del “piano di sopra”: i live, i festival, la discografia importante, la ggente.
Intendiamoci: Marco suonerà, crescerà e si guadagnerà attenzione, ma dovrà combattere battaglie quotidiane per la rilevanza che, in un mondo normale (non dico giusto) sarebbero quasi automatiche, di fronte a un talento di queste proporzioni. Invece no: meglio buttare nel cesso risorse immani per organizzare (tipo) finti festival annunciando famosi nazisti (giusto per fare un esempio fra mille). Ma scegliamo di essere contenti, ascoltiamo il disco e speriamo in un futuro migliore.

